Chiesa San Giorgio

Dominando l'ampia piazza Castello, la maestosa Chiesa di San Giorgio Martire rappresenta uno dei gioielli storici e spirituali più affascinanti di Afragola.

La facciata della Chiesa di San Giorgio Martire si presenta come una struttura maestosa e imponente, rivolta a settentrione verso l'ampia piazza antistante (chiamata storicamente "largo Castello"). Realizzata in un'elegante veste settecentesca, si distingue per la sua essenzialità di forme e per il forte valore scenografico, sviluppandosi su una larghezza di 19 metri e un'altezza di 22 metri al colmo del timpano.

Il prospetto è suddiviso in due livelli principali, separati da cornicioni.

Il Primo Livello

La parte inferiore della facciata si eleva su una massiccia zoccolatura di intonaco grigio. Il raccordo con il dislivello della piazza è garantito da una scalinata di forma piramidale rettangolare composta da dieci gradini. Questi gradini, originariamente in piperno, furono sostituiti nel 1860 con gli attuali blocchi di pietrarsa per volere del parroco don Giuseppe Jazzetta, a causa dell'usura del tempo e dei danni subiti.
La superficie di questo primo livello è scandita verticalmente da sei alte lesene, disposte su piani sfalsati. Queste paraste delimitano la spaziosa e unica porta d'ingresso, contornata da una cornice semplice realizzata in basalto e muratura.

Ai lati del portale, le lesene inquadrano quattro ampie nicchie ad arco, attualmente vuote, che risaltano visivamente sul fondo grigio del prospetto. Inoltre, al di sotto della seconda nicchia posta sul lato destro, è affissa una grande lastra in marmo che commemora l'importante Congresso Eucaristico Mariano del 1954.

L'elemento artistico e devozionale di maggior spicco di questo livello è posizionato in asse con il portale d'entrata: si tratta di un'ampia edicola a lunetta che ospita un affresco di San Giorgio a cavallo nell'atto di trafiggere il drago. L'opera fu eseguita nel 1845 dal pittore afragolese Donato Vacca, sebbene oggi si presenti in parte lacunosa e con i toni cromatici sbiaditi.

Il Secondo Livello
Un aggettante cornicione, che corre per tutta la larghezza dell'edificio, separa la base dalla parte superiore. Il secondo livello appare più stretto e semplice rispetto a quello sottostante.

La sua rigidezza muraria è spezzata al centro da un imponente finestrone, che ha la funzione architettonica di inondare di luce la vasta navata interna del tempio. Questo livello è segnato ai lati da coppie di piccole lesene ed è racchiuso tra due contrafforti curvi, sormontati da cuspidi in muratura.

Il Timpano e il Coronamento
A chiusura dell'intera prospettiva si innalza uno scarno timpano triangolare. Esso sembra fondersi quasi completamente con la parete sottostante, essendone diviso solamente da un leggero cornicione piatto che, nella parte centrale, si assottiglia fino a diventare una semplice corda di intonaco.

All'interno del timpano sono presenti due bucature: un rosone lobato, racchiuso in una semplice cornice in stucco, e, proprio al vertice superiore della facciata, un piccolo occhio circolare. Entrambe queste aperture servono a dare luce al sottotetto della chiesa, coperto da tegole poste su una doppia falda inclinata.

Il campanile della Chiesa di San Giorgio Martire è un'imponente struttura architettonica progettata dal celebre architetto napoletano Mario Gioffredo (1718-1785). I lavori per la sua edificazione furono affidati all'artefice Francesco Mazzinchi, iniziarono nel 1772 e si conclusero quattro anni dopo, nel 1776, con una spesa totale che superò i cinquemila ducati.

Posizione e struttura generale
La torre campanaria si erge sul lato destro del fronte principale della chiesa, sebbene la sua mole sia in parte occultata dai casamenti della piazza circostante. A livello volumetrico, il campanile possiede una pianta quadrata di 8,30 metri per lato e raggiunge un'altezza complessiva di 34 metri, caratterizzandosi per i suoi spigoli rientrati e per i suoi quattro livelli leggermente rastremati, cioè che si restringono salendo verso l'alto.

Probabilmente, il progetto originario del Gioffredo prevedeva un ulteriore livello, una lanterna, che avrebbe dovuto dare maggiore slancio all'opera. La sua mancata realizzazione è il motivo per cui il campanile presenta oggi un aspetto tronco e particolarmente massiccio.

I quattro livelli architettonici

Basamento e primo livello
L'intera struttura poggia su un massiccio basamento rivestito in blocchi di basalto, chiuso superiormente da una lineare scorniciatura. Il primo livello presenta cantonali bugnati e un paramento in mattoni, arricchito da una finestra romboidale protetta da una grata metallica.

Secondo livello
Elevato oltre l'ampio cornicione basamentale, questo livello è decorato da massicce lesene angolari in stile dorico. Al centro si apre un grande fornice ad arco, sovrastato da un cornicione con un fregio classico composto da metope e triglifi.

Terzo livello
Più ristretto del precedente, è ornato da lesene in stile ionico. Presenta un fornice centrale con arco a tutto sesto, coronato da uno sporgente timpano triangolare sostenuto da mensole laterali.

Quarto livello
L'ultima cella campanaria è delimitata da dodici semicolonne in stile corinzio. Il fornice centrale è architravato e sormontato da un timpano ad arco poggiato su sottili mensole in muratura.

Campane e coronamento
A chiudere la prospettiva verticale vi è uno sporgente cornicione di coronamento, sovrastato da una fascia perimetrale a dentelli. All'interno dell'ultima cella sono collocate due campane: la più grande, del peso di otto quintali, risale al 1845; la seconda, più piccola, fu realizzata nel 1856 ed è stata successivamente rifusa più volte.

La sommità della torre è costituita da un solaio piano al cui centro emerge una piccola celletta a volta, sormontata da un crocifisso metallico.

Il restauro del Novecento
Originariamente il campanile era costruito con una veste in tufo a vista. Tuttavia, agli inizi del Novecento, a causa delle intemperie, la pietra iniziò a sgretolarsi causando la caduta di frammenti e mettendo in pericolo i passanti.

Per rimediare a questa situazione, tra il 1906 e il 1908 il parroco don Michele Fusco promosse importanti lavori di consolidamento. Sotto la guida dell'ingegnere Enrico Cattaneo e dell'architetto Giuseppe Pisanti, furono sostituiti i blocchi di tufo lesionati, rinforzate le armature delle campane e l'intera superficie esterna del campanile venne rivestita con un intonaco a stucco, che nascose la pietra originale.

I lavori furono affidati all'impresa Pernice di Napoli per la somma di diciassettemila lire. A memoria di questo restauro, sul primo livello del campanile prospettante su via San Giorgio fu murata una lapide dedicatoria.

Il suggestivo complesso monumentale dell'Ave Gratia Plena, noto anche come Confraternita della Santissima Annunziata, sorge in una posizione leggermente arretrata sul lato sinistro della chiesa di San Giorgio e custodisce in piccolo tutti i fasti della splendida architettura seicentesca cittadina. Le origini di questa istituzione di matrice gesuitica risalgono all'inizio del Seicento, periodo in cui fu aggregata all'arciconfraternita romana della Santissima Annunziata. Una pregevole lapide in marmo bianco, sulla quale sono scolpite le figure di alcuni confratelli in preghiera, reca la data del 15 agosto 1616 e ricorda l'antica destinazione di questo sacro oratorio, sebbene la struttura che possiamo ammirare oggi sia stata edificata principalmente verso la metà del XVII secolo.

All'esterno, l'edificio si presenta con un elegante prospetto a due ordini sovrapposti, in cui il piano terra accoglie i visitatori attraverso un luminoso pronao d'ingresso aperto da tre ampi archi. La parte superiore della facciata è invece arricchita da raffinate paraste, lesene e capitelli di stile composito, una serie di dettagli architettonici molto curati che fanno somigliare questo oratorio a esempi ben più illustri e imponenti realizzati nella città di Napoli.

Varcando l'ingresso, ci si ritrova in un avvolgente ambiente a navata unica, maestosamente chiuso da una grande volta a botte e arricchito dalla presenza di due cappelle laterali. Nonostante le spoliazioni subite nel corso del tempo, la navata centrale lascia ancora trasparire l'antica e fastosa ricchezza del luogo: si possono infatti scorgere gli spazi vuoti che un tempo erano destinati a custodire devotamente busti e reliquie di santi. Nella parte bassa delle pareti sopravvivono inoltre i resti di antichi festoni lignei, i quali venivano anticamente utilizzati dai fedeli come pratico appoggio durante le lunghe sedute per la recita dei salmi e delle orazioni.

Alzando lo sguardo verso l'alto, la volta si fa ammirare per le sue delicate decorazioni con festoni e figure di puttini. Il soffitto principale della navata e lo spazio sovrastante l'altare sono oggi dominati da grandi affreschi realizzati nel 1953 dagli artisti Graziano e figli, tra cui spicca una solenne raffigurazione degli Angeli e dell'Eterno Padre. Il percorso visivo all'interno della cappella si conclude infine nella zona del presbiterio, dove si trova un elegante altare in marmo, arricchito da semplici tarsie di diverso colore, mentre l'abside è incorniciata da una struttura decorativa dalla quale emergono dolci e suggestive teste d'angelo.

Varcando la soglia della chiesa di San Giorgio, ci si ritrova immersi in un ambiente maestoso e solenne, caratterizzato da un'unica, ampia navata con una pianta a croce latina. Questo vasto spazio è stato concepito seguendo in modo rigoroso le regole architettoniche nate dal Concilio di Trento e promosse da San Carlo Borromeo: l'obiettivo era creare un grande ambiente senza ostacoli visivi, in modo che tutti i fedeli potessero concentrare la loro attenzione verso l'altare e partecipare pienamente alle funzioni.

Camminando verso il centro, si può ammirare il pavimento policromo realizzato con la tecnica del battuto "alla veneziana". La sua superficie è organizzata in ampi riquadri, attraversati nel mezzo da una passatoia di colore rosso, che è affiancata a sua volta da delicate decorazioni a forma di rombo che guidano il passo del visitatore verso il presbiterio. Le pareti laterali che accompagnano questo percorso sono ritmate da eleganti lesene, ovvero finte colonne decorative a parete, le quali si sovrappongono ai robusti pilastri che sostengono gli archi di accesso alle otto cappelle laterali, quattro per ogni lato. In alto, le pareti sono chiuse da un cornicione molto articolato che segue fedelmente le sporgenze delle lesene sottostanti, regalando a tutto l'ambiente un magnifico senso di profondità e di ricchezza scenografica.

Alzando lo sguardo, l'aula è coperta da una grandiosa volta a botte, intervallata da tre massicci archi che recano, alla loro base, delle raffinate decorazioni in stucco bianco a forma di conchiglia e graziosi motivi floreali. La grande distesa della volta è alleggerita dalla presenza di finestre, ma soprattutto dal vivace cromatismo di un ciclo di affreschi realizzato nel 1946 dal pittore Gaetano Bocchetti. Queste opere, racchiuse all'interno di poligonali cornici in stucco di gusto barocco, raccontano i momenti salienti della vita del santo patrono. Partendo dall'ingresso, le scene raffigurano la Decollazione di San Giorgio, seguita dal trionfo della sua Gloria, per poi mostrare il santo che risuscita un defunto durante una sfida di miracoli con il mago Attanasio, e infine la mistica Apparizione di Cristo a San Giorgio mentre questi si trova in carcere.

Voltando le spalle all'altare per osservare la parete d'ingresso, si nota che proprio al di sopra del vestibolo è collocata una pregevole e grande tela, inserita in una cornice rettangolare dorata. Si tratta di un'opera della fine del Settecento dipinta dal celebre artista Angelo Mozzillo e donata alla chiesa dal notaio Cesare Castaldo. Il dipinto ritrae con grande dinamismo San Giorgio a cavallo mentre abbatte il tempio pagano di Apollo, mettendo in fuga gli infedeli terrorizzati.

Lo spazio interno della maestosa chiesa di San Giorgio Martire è ritmato dalla presenza di otto cappelle laterali, disposte simmetricamente quattro per ogni lato. Questi intimi ambienti di preghiera, che accompagnano il visitatore lungo la navata centrale verso il presbiterio, sono rialzati di un gradino rispetto al pavimento principale e risultano armoniosamente intercomunicanti tra loro grazie a dei varchi aperti nelle pareti divisorie. Dal punto di vista architettonico, le due cappelle centrali di ciascun lato si distinguono per essere più ampie e ariose rispetto a quelle situate alle due estremità.

NAVATA DESTRA

Prima Cappella: Cappella del Crocifisso Il primo ambiente che ci accoglie lungo il lato destro si presenta con una certa austerità, essendo privo di un altare vero e proprio, ma lo spazio è solennemente dominato da un maestoso Crocifisso in legno. Si tratta di una pregevole opera di artigianato altoatesino, proveniente da Ortisei e risalente agli anni Cinquanta del Novecento. Questa cappella, che nasconde anche l'accesso al campanile, custodisce una preziosa e affascinante testimonianza del passato: incassata nella parete è infatti visibile l'antica lastra tombale in stile gotico di Matteo Arcane, tesoriere della regina Margherita di Durazzo, scomparso nell'ottobre del 1408.

Seconda Cappella: Cappella del Cristo deposto Proseguendo il nostro cammino, il secondo spazio si apre sormontato da un'elegante cupoletta ellittica. Questo luogo ha subito un grave trauma nel novembre del 1891, quando un violento fulmine distrusse l'antico altare in muratura e incenerì la tela che lo decorava. L'attuale e raffinato altare in marmi policromi fu costruito proprio in sostituzione di quello perduto; al di sotto della mensa è stata ricavata una teca che oggi alloggia la scultura del Cristo deposto, un'opera del 1928 proveniente dai celebri laboratori altoatesini Stuflesser. Le pareti laterali sono inoltre impreziosite da delicati medaglioni dipinti da Vincenzo Severino, che ritraggono angeli recanti i simboli della Passione.

Terza Cappella: Cappella di San Giuseppe Il terzo ambiente si presenta del tutto identico al precedente per dimensioni e struttura architettonica. Il fulcro devozionale di questo spazio è rivolto alla figura di San Giuseppe, la cui pregevole statua ottocentesca in legno troneggia al di sopra di un altare in marmo. I documenti ci raccontano che questa struttura fu realizzata nel 1822, andando a sostituire un'ara più antica e ormai inadeguata. Anche qui possiamo ammirare una luminosa cupoletta ellittica e le pareti laterali decorate da altri dipinti di Vincenzo Severino, dedicati al transito sereno del padre putativo di Gesù e a Santa Teresa d'Avila in lacrime.

Quarta Cappella: Cappella di Santa Teresa d'Avila La nostra esplorazione della navata destra si conclude in un ambiente architettonicamente molto particolare. La quarta e ultima cappella, infatti, vede la sua parte superiore in gran parte occupata dalla balconata dell'organo, protetta da un'alta e scenografica balaustra in legno finemente indorato di fattura ottocentesca. Lo spazio sottostante a questa grande struttura musicale è stato sapientemente sfruttato per accogliere una teca, all'interno della quale è devotamente custodita la statua di Santa Teresa d'Avila. Questa affascinante scultura, realizzata assemblando il volto e le mani in legno con morbidi abiti in stoffa, chiude il percorso trasmettendo al visitatore un profondo senso di eleganza e raccoglimento spirituale.

NAVATA SINISTRA

Prima Cappella: Cappella del Battistero Iniziando il nostro percorso lungo il lato sinistro, il primo ambiente che incontriamo era originariamente destinato ad accogliere il fonte battesimale, che oggi è stato invece spostato nell'area del presbiterio. Alzando lo sguardo verso la volta a vela, possiamo ammirare un dipinto con lo Spirito Santo, ritratto nell'atto di illuminare simbolicamente le mani del sacerdote durante il battesimo. Sulla parete di fondo, proprio sotto un'elegante finestra ellittica, si svela un piccolo e prezioso affresco ottocentesco del pittore afragolese Donato Vacca, che raffigura il Battesimo di Gesù nel Giordano. Voltandoci verso la parete d'ingresso (la controfacciata), noteremo incassata nel muro un'antica lastra tombale: vi riposa il parroco Domizio Russo, scomparso nell'ottobre del 1686, scolpito con devozione sul suo letto funebre e avvolto dai solenni abiti sacerdotali.

Seconda Cappella: Cappella di Santa Teresa del Bambino Gesù Proseguendo, il secondo spazio si presenta protetto da un raffinato cancelletto in ferro, sostenuto da una balaustra in marmo decorata con motivi a bulbo. Questa cappella è oggi intitolata a Santa Teresa del Bambino Gesù, la cui delicata immagine, dipinta nel 1927 dall'artista napoletano Luigi Barone, è incorniciata da morbidi festoni floreali in stucco. Tuttavia, questo ambiente custodisce anche un'altra importante memoria: in una nicchia ricavata al centro della parete, a partire dagli anni Quaranta del Novecento, è stata collocata una pregevole statua in legno del 1922 che raffigura San Giorgio nell'atto di trafiggere il drago. La luminosa cupola ellittica che copre lo spazio è decorata al centro con l'Occhio divino inserito in un triangolo, mentre ai lati i romantici medaglioni dipinti da Vincenzo Severino ci mostrano figure di angeli in devota preghiera.

Terza Cappella: Cappella di San Giorgio Martire Il terzo ambiente, del tutto simile per linee architettoniche a quello appena superato, è intitolato proprio al patrono San Giorgio Martire, sebbene antichi documenti ci dicano che in epoche passate fosse dedicato a San Martino e custodisse una tela dell'Ultima Cena. L'altare in marmo che vi ammiriamo risale alla prima metà dell'Ottocento. La vera meraviglia di questo spazio, tuttavia, si trova al suo ingresso: qui, alla fine degli anni Settanta del Novecento, è stata sistemata la parte centrale della maestosa balaustra settecentesca che un tempo recingeva l'altare maggiore. Questa eccezionale opera è composta da pilastrini in marmi policromi che reggono un prezioso cancelletto in ottone, finemente cesellato, al cui centro spicca un ovale a sbalzo che narra lo scontro tra San Giorgio e l'imperatore Diocleziano, un vero capolavoro di artigianato realizzato nel 1761.

Quarta Cappella: Cappella dell'accesso al Pulpito La nostra passeggiata lungo la navata sinistra si conclude nella quarta e ultima cappella, un ambiente che nel tempo ha custodito diverse memorie d'arte, tra cui la statua di San Rocco e un'ulteriore porzione dell'antica balaustra smembrata dal presbiterio. La sua funzione principale e più affascinante, oggi, è fortemente legata alla parola e alla predicazione: al suo interno, infatti, si apre la porticina che conduce direttamente alle scale del pulpito. Quest'ultimo è un'elegante struttura in legno di noce addossata al vicino pilastro del transetto, caratterizzata da una compatta balconata con fregi dorati e sormontata da un suggestivo baldacchino a sbalzo, decorato con piccoli fiocchi, fatto realizzare nel 1733 per accogliere i predicatori che si rivolgevano ai fedeli.

Proseguendo il nostro cammino lungo la navata, lo spazio si dilata magnificamente all'incrocio con il transetto, che si estende per una lunghezza complessiva di circa venticinque metri mantenendo intatta l'elegante partitura architettonica del resto dell'edificio. Alzando lo sguardo al centro di questa intersezione, si è catturati dalla maestosità della monumentale cupola poligonale, un capolavoro architettonico portato a termine nel 1741 dal progettista Blasotti. Questa imponente struttura, che al colmo raggiunge i trenta metri di altezza dal pavimento, è sostenuta da massicci archi ed è decorata all'imposta con motivi floreali e conchiglie in stucco bianco, donando all'intero ambiente un respiro solenne e luminoso.

Le due ampie estremità del transetto fungono da veri e propri cappelloni monumentali. Essi sono dominati da due pregevoli altari gemelli di chiaro gusto neoclassico, elevati su un podio a tre gradini. Realizzati nel 1817 utilizzando delicati marmi dai colori tenui, questi altari presentano un raffinato ciborio a forma di tempietto sormontato da un timpano triangolare. L'architettura di questi spazi forma una composizione scenografica unitaria: le pareti di fondo sono scandite da eleganti lesene che reggono un timpano ad arco aperto, al di sotto del quale si aprono luminose finestre vetrate. Ad arricchire ulteriormente le lunette di queste pareti vi sono dei suggestivi dipinti a muro che raffigurano figure allegoriche femminili: la Giustizia e la Temperanza da un lato, la Prudenza e la Fortezza dall'altro.

Esplorando il cappellone del lato destro, ci troviamo nello spazio originariamente intitolato a San Gaetano di Thiene, ma che dal 1926 è diventato il fulcro della devozione al Sacro Cuore di Gesù, la cui scultura in legno è morbidamente ospitata nella nicchia centrale. Le pareti laterali di quest'area accolgono opere pittoriche racchiuse in sinuose cornici mistilinee: verso la porta della sagrestia si può ammirare una tela tardo-settecentesca con la Vergine, il Bambino e Sant'Andrea Avellino, mentre sulla parete opposta campeggia l'Arcangelo Michele sovrastato dalla Trinità, dipinto alla fine dell'Ottocento dal pittore Andrea Russo. Completano questo lato la statua in cartapesta di Sant'Antonio di Padova, custodita in una preziosa teca proveniente dalla cattedrale di Caserta, e la volta superiore, dove un affresco raffigura teneramente Cristo che chiama a sé i fanciulli.

Spostandoci infine nel cappellone del lato sinistro, entriamo nell'ambiente dedicato a Maria Vergine Addolorata. Al centro spicca la toccante statua in legno e stoffa acquistata dalla comunità nel 1865. Anche qui l'arte pittorica offre spunti di grande interesse, in particolare grazie a una maestosa tela che rappresenta la Gloria di San Giuseppe, un'opera iniziata dal pittore afragolese Giovanni Cimino e completata magistralmente sul finire del Settecento dal celebre artista Angelo Mozzillo. Ad affiancare idealmente l'altare in questo spazio di profondo raccoglimento, troviamo la scultura in legno di Santa Rita da Cascia, finissima opera dei laboratori altoatesini Stuflesser, e la statua di Santa Giovanna d'Arco, che arricchiscono perfettamente l'atmosfera di fede e bellezza di questa affascinante ala della chiesa.

Giunti al termine dell'ampia navata centrale, lo sguardo del visitatore viene rapito dalla maestosità del presbiterio, l'area più sacra e solenne dell'edificio, rialzata di un gradino rispetto al pavimento e incorniciata da eleganti lesene e grandi archi. Questo spazio ha subito profonde trasformazioni nel corso dei secoli: in origine ospitava un altare in muratura dipinta, poi sostituito e trasferito altrove verso la fine dell'Ottocento. Oggi, il cuore visivo e spirituale del presbiterio è dominato dall'imponente altare maggiore, un autentico capolavoro scultoreo realizzato in pregiati marmi policromi intarsiati. L'opera fu iniziata nel 1755 dal celebre marmoraro napoletano Crescenzo Trinchese e, dopo una lunga e accurata lavorazione, fu solennemente collocata nella chiesa undici anni dopo, nel 1766. L'altare si eleva su un podio a quattro gradini ed è arricchito ai lati del suo alto schienale da due maestosi angeli in marmo bianco, scolpiti quasi in posa di gentili cariatidi. Al centro spicca il raffinato ciborio a forma di tempietto, impreziosito da testine d'angelo e da un medaglione ellittico in rame indorato che racchiude delicatamente l'effige di San Giorgio. Sulla porticina del tabernacolo, sormontata dalla colomba dello Spirito Santo, si ammirano ulteriori dettagli scultorei di grande finezza ed eleganza.

Un tempo, lo spazio della celebrazione era intimamente raccolto e delimitato da una splendida balaustra semiellittica in marmi policromi, chiusa al centro da un prezioso cancelletto in ottone dorato. Sui pilastrini di questa recinzione sacra spiccavano delle sculture in bronzo raffiguranti eleganti angeli portalume, realizzate nel 1930 dalla rinomata fonderia Chiurazzi di Napoli. Purtroppo, negli anni Settanta del Novecento, a causa di una frettolosa e infelice interpretazione delle norme liturgiche post-conciliari, questa balaustra storica fu smantellata. Le parti superstiti di questo capolavoro sono state in parte riassemblate per dare forma all'attuale altare "versus populum" e al leggio per le letture, mentre il cancelletto originale è oggi visibile a chiusura dell'ingresso della terza cappella laterale di sinistra, dedicata proprio a San Giorgio.

Spostando l'attenzione verso la parete di fondo dell'abside, incorniciata da una sfarzosa e ampia cornice dorata di gusto barocco, campeggia una grande tela settecentesca di autore ignoto. L'opera, dai toni resi scuri per l'inevitabile invecchiamento e ingiallimento delle vernici protettive, è dotata di un elegante dinamismo e immortala San Giorgio a cavallo nell'atto trionfale di trafiggere il drago. Proprio al di sotto di questo maestoso quadro si apre una porta, creata nel 1870, ai cui lati sopravvivono silenziosi alcuni stalli in legno disposti a doppia fila. Questi sedili sono tutto ciò che resta del grande coro inferiore, che originariamente abbracciava e si sviluppava lungo l'intera estensione dell'abside. Addirittura, sotto le scale in legno poste dietro l'altare maggiore, si nasconde un piccolo altare segreto, ricavato appositamente nel 1817 dal cardinale Ruffo per permettere ai sacerdoti infermi o anziani di celebrare la messa al riparo e con maggiore decoro.

Infine, alzando gli occhi, si può apprezzare la complessa struttura architettonica della copertura. L'abside assume un falso aspetto poligonale grazie alle lesene sporgenti che si addossano armoniosamente alla parete curva di fondo. La porzione di volta a botte che sovrasta direttamente l'altare è impreziosita da un dipinto realizzato nel 1946 dal pittore Gaetano Bocchetti, che vi ha raffigurato San Giorgio decollato portato in cielo dagli angeli. La parte più profonda del catino absidale è invece coperta da una luminosa calotta a spicchi, dove si aprono delle ampie e suggestive finestre che inondano di luce naturale l'intero ambiente sacro, esaltandone la bellezza e l'atmosfera mistica.

1131 - 1222
Le origini e le prime testimonianze documentali

La storia della Chiesa di San Giorgio Martire affonda le sue radici in epoca normanno-sveva. Sebbene un diploma del duca Sergio menzioni un beneficio intitolato a San Giorgio già nel 1131, alcuni storici ritengono che tale documento potesse riferirsi in realtà a possedimenti situati a Napoli. Tuttavia, una pergamena risalente al 1146 cita un proprietario terriero locale denominato "Sparano de Sanctu Georgiu", suggerendo con alta probabilità l'esistenza di un primitivo luogo di culto omonimo che dava il nome alla contrada.

La prima testimonianza certa dell'esistenza della chiesa risale invece all'anno 1222. In questa fase primitiva, la comunità religiosa di San Giorgio si sviluppò parallelamente o in sostituzione a quella dell'antica chiesetta di San Martino, considerata la prima chiesa di Afragola un tempo situata nella scomparsa località "La Regina". Già a partire dal 1329 si ha notizia dei "Mastri Governatori", un comitato di laici espresso dalle famiglie più facoltose a cui era affidata l'amministrazione temporale e finanziaria della chiesa.

1380 - 1408
La chiesa del castello e i legami con la corte angioina

Intorno al 1380, in concomitanza con esigenze militari, l'edificio subì un primo importante rimaneggiamento. Secondo antichi documenti riportati dalla storiografia locale, la regina Giovanna I d'Angiò ordinò la costruzione di un castello o fortilizio per difendere la "Villa delle fragole" dalle incursioni nemiche e, per comodità dei soldati di presidio, fece edificare o ampliare l'adiacente chiesa dedicandola a San Giorgio.

Questa chiesa trecentesca era di forma rettangolare, molto più piccola e disadorna di quella attuale, e presentava un ingresso rivolto ad occidente. L'importanza strategica e politica assunta dalla chiesa è confermata dalla presenza della lastra tombale marmorea di Matteo Arcane, morto il 26 ottobre 1408. Egli era camerario della regina Margherita di Durazzo, madre del re Ladislao.

1570 - 1575
L'erezione a parrocchia e i nuovi ordini religiosi

Nel clima di rinnovamento spirituale successivo al Concilio di Trento, la chiesa fu formalmente eretta a parrocchia. La data di questo evento oscilla tra il 1570 e il 1575, anni in cui ebbero inizio le regolari registrazioni nei libri dei battezzati e dei matrimoni.

Il primo parroco designato a guidare la comunità fu don Marcantonio Castaldo. Pochi anni dopo, nel 1583, le autorità cittadine richiamarono ad Afragola i frati Domenicani, inizialmente ospitati proprio in una casa contigua alla parrocchia di San Giorgio prima di edificare il loro convento definitivo.

1688 - 1702
Il terremoto e la grandiosa ricostruzione in stile Barocco

Il 5 giugno 1688, vigilia di Pentecoste, un devastante terremoto colpì la regione campana e sannita, riducendo l'antica chiesa medievale a un cumulo di rovine.

Di fronte a tale disastro, il parroco don Alessio Castaldo e i governatori decisero di ricostruire l'edificio di sana pianta, dotandolo di proporzioni monumentali e di un nuovo orientamento con la facciata rivolta a settentrione.

I lavori iniziarono con la posa della prima pietra il 25 aprile 1695 e il nuovo tempio fu solennemente aperto al culto il 17 dicembre 1702. La nuova architettura presentava una pianta a croce latina con un'unica navata e otto cappelle laterali, secondo i canoni della Controriforma.

1741 - 1776
Il completamento architettonico

Nel corso del Settecento la chiesa si arricchì di importanti elementi architettonici.

Nel 1741 fu completata la cupola ottagonale, che si innalza all'incrocio tra la navata e il transetto. Tra il 1755 e il 1766 lo scultore napoletano Crescenzo Trinchese realizzò l'imponente altare maggiore e la balaustra in marmi policromi.

Infine, tra il 1772 e il 1776, l'architetto Mario Gioffredo progettò e diresse la costruzione del campanile, destinato a diventare uno degli elementi più riconoscibili dello scenario urbano di Afragola.

1845 - 1946
Abbellimenti pittorici e restauri

Nel 1845 il pittore afragolese Donato Vacca realizzò l'affresco raffigurante San Giorgio a cavallo nella facciata principale.

Nel 1891 un fulmine provocò gravi danni alla chiesa, distruggendo l'altare di San Gennaro. Per questo motivo tra il 1906 e il 1908 furono realizzati importanti lavori di consolidamento della facciata e del campanile.

Un nuovo ciclo decorativo fu realizzato nel 1946 dal professor Gaetano Bocchetti, che affrescò le volte della navata e i pennacchi della cupola con scene dedicate alla vita di San Giorgio e ai Quattro Evangelisti.

1954
Il Congresso Eucaristico

Dal 17 al 24 ottobre 1954 la parrocchia ospitò un importante Congresso Eucaristico Mariano. L'evento vide la partecipazione del cardinale Marcello Mimmi, arcivescovo di Napoli, insieme a numerosi vescovi italiani ed esteri.

Per preparare la chiesa a questa solenne occasione, il parroco monsignor Pasquale Iazzetta promosse una vasta campagna di restauri che interessò l'intero tempio, consolidando le strutture e rinnovando gli altari.

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