Chiesa del Rosario

La Chiesa del Santissimo Rosario di Afragola, nel cuore del centro storico, è un importante luogo di culto noto per la sua architettura e il ricco patrimonio artistico.

La facciata della chiesa del Santissimo Rosario accoglie i visitatori con una veste architettonica sobria e armoniosa. Avvicinandosi all'ingresso, lo sguardo viene catturato da un semplice portale, elegantemente racchiuso da lesene piatte, ovvero delle finte colonne decorative che sporgono appena dalla parete muraria. Subito sopra l'ingresso, un piccolo cornicione aggettante fa da divisorio geometrico rispetto all'elemento superiore, costituito da una graziosa finestra ad arco. Questa apertura, oltre a permettere alla luce di inondare la navata, è impreziosita da vetrate artistiche che recano al centro il simbolo spirituale della Sacra Ostia.

L'intero blocco centrale, formato dal portale e dalla grande finestra, è racchiuso all'interno di una scenografica cornice che rappresenta un rifacimento risalente alla fine dell'Ottocento. Questa struttura monumentale è composta da semicolonne di stile ionico, riconoscibili per i loro classici capitelli, e culmina in alto con un elegante timpano triangolare. Proprio al di sotto di quest'ultimo, a testimonianza della secolare devozione del luogo, si può leggere un cartiglio inciso recante la solenne dedicazione in latino alla Vergine: "VIRGINI A SACRATISSIMO ROSARIO INSIGNE CANONICORUM COLLEGIUM".

Infine, a completare l'armonia della composizione architettonica e a scandire la vita del quartiere, si erge il piccolo campanile. Questa modesta ma pittoresca torre, che oggi ospita due campane, è posizionata adiacente alla facciata principale ed è unita a essa senza soluzione di continuità, creando così un fronte compatto e continuo che si affaccia silenziosamente sul centro storico cittadino.

Varcando la soglia della chiesa del Santissimo Rosario, ci si ritrova immersi in un ambiente solenne e arioso, che si sviluppa seguendo la classica e rigorosa pianta a croce latina. Lo spazio è scandito da un'unica grande navata centrale, le cui pareti si presentano oggi con delle sfumature cromatiche che variano tra l'arancio e il verde. Queste tinte, tuttavia, non riflettono l'aspetto originario dell'edificio, ma sono il frutto di rifacimenti risalenti al periodo compreso tra il 1899 e gli anni Ottanta del Novecento, epoca in cui il tempio acquisì l'importante titolo di collegiata.

Alzando lo sguardo verso l'alto, si nota come la volta della navata sia attualmente spoglia e priva di decorazioni, un vuoto che porta con sé una storia piuttosto travagliata. In origine, infatti, il soffitto piatto era impreziosito da un grandioso dipinto realizzato nel 1782 dal celebre pittore afragolese Angelo Mozzillo, che vi aveva magistralmente raffigurato la Gloria di San Domenico. Purtroppo, le continue infiltrazioni d'acqua e l'umidità finirono per deteriorare irrimediabilmente l'affresco, costringendo la parrocchia a sostituirlo nel 1927 con una copia eseguita dall'artista Salvatore Cozzolino. Il destino, però, è stato crudele anche con questa seconda opera: a causa dei crolli e dei discussi lavori strutturali eseguiti dopo il violento terremoto dell'Irpinia del 1980, la volta è crollata malamente, cancellando per sempre la decorazione pittorica e lasciando il soffitto nella sua veste attuale.

Anche il pavimento su cui camminiamo racconta una storia di profondi mutamenti legati al gusto e al tempo. Fino alla seconda metà del Novecento, la navata non era ricoperta dal marmo freddo e uniforme che vediamo oggi. Il calpestio era originariamente costituito da un rustico e affascinante tappeto di mattoni in cotto, arricchito da luminose mattonelle in maiolica colorata. La particolarità di queste antiche ceramiche era straordinaria: esse erano disposte in modo da formare l'immagine di una grandissima corona del Rosario, un meraviglioso omaggio visivo e simbolico alla Vergine a cui è dedicato l'intero complesso.

Questo inestimabile capolavoro di artigianato fu rimosso per far posto alle attuali lastre di marmo in seguito alle riforme liturgiche del Concilio Vaticano II, che portarono a un generale rinnovamento estetico e funzionale di molte chiese. Sebbene un'iscrizione all'ingresso rechi la data del 1965 in riferimento a questi lavori, l'attuale pavimentazione in marmo fu sistemata e completata definitivamente agli inizi del 1980, solo pochi mesi prima del tragico sisma. La posa del nuovo e moderno pavimento ha inoltre avuto un'ulteriore conseguenza sull'architettura segreta del tempio: ha infatti sigillato e nascosto per sempre gli antichi ingressi che permettevano di scendere nel suggestivo sistema di cripte funerarie sotterranee, situate a circa cinque metri di profondità sotto i nostri piedi.

Proseguendo la nostra esplorazione all'interno della chiesa del Santissimo Rosario, volgiamo ora lo sguardo ai lati dell'ampia navata centrale, dove si aprono armoniosamente dieci cappelle, cinque per ogni lato, separate dall'aula principale da archi a tutto sesto di diversa profondità.

Iniziando il nostro percorso lungo il lato destro, la prima cappella ci accoglie con una struttura semplice, priva di altare ma impreziosita da una nicchia in stucco che custodisce un antico crocifisso. Subito dopo, la seconda cappella si distingue per un altare settecentesco in marmi policromi e per la statua della Madonna del Rosario con il Bambino, inserita in una raffinata cornice barocca. Il vero fulcro storico e devozionale di questo lato è però la terza cappella, originariamente dedicata a San Domenico ma che oggi ospita la statua di San Vincenzo. Questo spazio, un tempo sotto il patronato della nobile famiglia Castaldi, è l'unico a essere sormontato da una deliziosa cupoletta; il suo tamburo è ritmato da finestrelle e da affreschi, purtroppo assai danneggiati dall'umidità, che narrano episodi della vita di San Domenico, come il miracolo della guarigione di un malato o il salvataggio di un uomo caduto in un pozzo. Le ultime due cappelle di destra, la quarta e la quinta, sono celebri per aver conservato intatti i loro meravigliosi pavimenti in maiolica del Settecento. Mentre nella quarta spiccano intrecci di foglie, cesti di frutta e simpatici uccellini ai piedi della tela settecentesca raffigurante Il trapasso di Santa Rosa, opera di Angelo Mozzillo, la quinta varia il tema con eleganti anfore traboccanti di fiori e ospita una bella statua in legno dipinto di San Gennaro.

Spostandoci sul lato sinistro, gli ambienti si presentano in gran parte speculari a quelli appena descritti. La prima cappella, di dimensioni più ridotte poiché nasconde la scala di accesso al campanile, non ha un altare ma custodisce un pregevole fonte battesimale in marmo bianco a forma di navicella, poggiato su un tronco di colonna e realizzato alla fine del Cinquecento dal noto scultore Fabrizio di Guido. La seconda e la terza cappella, dotate anch'esse di altari settecenteschi in marmi policromi, sono intime e raccolte: la prima è impreziosita da una tela di San Nicola di ignoto autore seicentesco, mentre la successiva è dedicata alla devozione per Santa Rita. La quarta cappella non ospita celebrazioni o altari, in quanto funge da chiusura per un ingresso secondario che immetteva direttamente su via Rosario. Da notare che lo spazio tra questo ambiente e il successivo è ingentilito dalla presenza di un elegante pulpito in legno di noce. Il nostro cammino si conclude infine nella quinta cappella sinistra, dedicata a San Giuseppe; qui l'altare settecentesco, che purtroppo ha subito il furto del suo paliotto originale negli anni Ottanta, è oggi dominato da un mosaico policromo degli anni Sessanta che ritrae il santo con il Bambino Gesù in braccio.

Giungendo al termine dell'ampia navata centrale, lo sguardo del visitatore viene naturalmente guidato verso l'area del presbiterio, il cuore sacro e solenne dell'edificio. Questo spazio, ricco di storia e di arte, custodisce alcune delle memorie più preziose dell'antico complesso domenicano. Al centro di questo ambiente troneggia il maestoso altare maggiore, un'elegante opera realizzata in marmi policromi intarsiati, databile tra il 1760 e il 1765, racchiusa e valorizzata da una raffinata balaustra coeva.

Spostando l'attenzione nell'area retrostante l'altare, si sviluppa l'antico coro con gli stalli lignei, una struttura che risale alla prima fase costruttiva seicentesca della chiesa. In origine, questo luogo in cui i religiosi si riunivano per la preghiera e i canti era finemente adornato con sculture in miniatura raffiguranti vari santi. Purtroppo, la sua bellezza è stata gravemente compromessa da un incendio e dai numerosi danneggiamenti subiti durante i lunghi periodi di chiusura e abbandono del tempio. Di quell'antico e ricco apparato decorativo oggi sopravvive unicamente una singola formella in legno intagliato, che ritrae Sant'Andrea con la croce sulle spalle e reca orgogliosamente incisa la data della sua realizzazione: il 1654.

L'apparato pittorico del presbiterio racconta storie altrettanto affascinanti. A lato del coro, ad esempio, lo sguardo viene catturato da una tela che raffigura San Domenico nell'atto di guarire un'ossessa. Tuttavia, il vero fulcro visivo della parete di fondo dell'abside è la grande pala d'altare che ritrae la Madonna col Bambino affiancata dai santi Domenico e Gennaro. L'opera che si ammira oggi è in realtà una copia del Novecento, che porta con sé una vicenda piuttosto amara e dibattuta per la comunità afragolese.

Il dipinto originale era infatti un capolavoro assoluto, realizzato tra il 1634 e il 1638 dal celebre pittore emiliano Giovanni Lanfranco su commissione iniziale per la Certosa di San Martino a Napoli. L'opera, dopo alterne vicende, era stata successivamente acquistata dalla collegiata del Rosario nel 1899, divenendo uno dei massimi vanti artistici del tempio cittadino. Questa preziosissima tela seicentesca rimase al suo posto fino al 1984, anno in cui fu concessa in prestito al Museo di Capodimonte di Napoli per far parte di un'importante mostra intitolata "La civiltà del Seicento a Napoli". Purtroppo, nonostante si trattasse di un prestito temporaneo della durata prevista di soli sei mesi, la preziosa tela originale non è mai più stata restituita alla città di Afragola a causa di pretesi alti rischi di furto accampati dal museo, lasciando sull'altare solo una devota riproduzione a memoria del capolavoro allontanato.

Scendendo a circa cinque metri di profondità sotto il pavimento della chiesa del Santissimo Rosario, si entra in un mondo silenzioso e carico di memoria: un intricato sistema di cripte sotterranee. Questi ambienti nacquero storicamente dall'esigenza di offrire una degna sepoltura privata ai defunti delle famiglie nobiliari che godevano del "giuspatronato", ovvero il privilegio di possedere una propria cappella nella navata superiore e di farvi celebrare messe da sacerdoti di loro scelta. L'intero percorso si sviluppa in senso longitudinale, partendo dalle fondamenta della cappella della famiglia Castaldi fino ad arrivare all'area sottostante la sagrestia. Oggi, l'antico ingresso situato nella cappella Castaldi è sigillato e coperto da una lastra trasparente, motivo per cui l'unica via per esplorare questi sotterranei è scendere da una stretta scala posta proprio nei locali dell'attuale sagrestia.

Una volta scesi i gradini, il visitatore viene accolto da un vasto ipogeo umido, illuminato fiocamente e dotato di un piccolo altare rivolto a oriente, circondato da alcune epigrafi commemorative incise nel marmo. Questo primo grande spazio, che si trova esattamente sotto il locale dell'estinta Confraternita del Rosario, ha purtroppo sofferto l'incuria del tempo, venendo utilizzato verso la fine del Novecento come deposito per tegole, vecchie mattonelle e materiali di risulta dei lavori eseguiti al piano di sopra. Da questo stesso ambiente, un'apertura nel muro lascia intravedere una stanza ormai inaccessibile: si tratta della cripta dei sacerdoti, situata proprio in corrispondenza del soprastante altare maggiore e un tempo riservata esclusivamente al riposo eterno degli ecclesiastici.

Proseguendo l'esplorazione attraverso un corridoio, si entra nel cuore più particolare e storicamente affascinante di questi sotterranei. Le sale adiacenti, debolmente areate da piccole finestrelle che si affacciano sullo spiazzo esterno della chiesa, sono caratterizzate dalla presenza di una lunga e ininterrotta fila di colatoi. Si tratta di sedili in pietra dotati di un foro centrale, un accorgimento architettonico e funerario introdotto dalla dominazione spagnola nel corso del Seicento per favorire una decomposizione accelerata e igienica dei cadaveri. I defunti venivano adagiati su questi troni di pietra e, per evitare che scivolassero in avanti, venivano sorretti all'altezza delle spalle o delle braccia tramite dei bastoncini di legno, incastrati in appositi fori ancora oggi ben visibili lungo le pareti. Attraverso il foro del sedile, i corpi venivano messi a "scolo", permettendo ai liquidi di defluire in un canaletto a terra collegato direttamente alla rete fognaria dell'edificio.

Dopo un periodo di tempo variabile, che poteva prolungarsi anche per diversi mesi, i resti ossei purificati venivano raccolti per essere sepolti definitivamente in un luogo a parte o all'interno di un ossario comune. L'atmosfera austera e solenne di questa antica pratica è ancora tangibile nella terza sala; qui, infatti, al centro dell'ambiente si trova un contenitore trasparente che custodisce ossa e teschi umani, muti testimoni di coloro che un tempo occuparono quei sedili in pietra. Il nostro viaggio nel sottosuolo si conclude infine nel quarto e ultimo ambiente, che conduce alla scala murata che un tempo saliva verso la ricca cappella Castaldi, chiudendo così un percorso che unisce intimamente l'arte e la devozione della chiesa superiore con il profondo senso della caducità umana nascosto nelle sue fondamenta.

1602 - 1603
La fondazione domenicana nel centro storico

Le prime tracce della presenza dei padri domenicani ad Afragola risalgono al 1583, quando i religiosi si stabilirono temporaneamente in una casa vicina alla chiesa di San Giorgio, su un terreno concesso dalla comunità locale. Tuttavia, desiderando un luogo più centrale, si adoperarono per spostarsi nel cuore del centro storico, dove nel 1602 diedero inizio alla costruzione della chiesa e dell'adiacente convento del Santissimo Rosario. I lavori dell'edificio sacro furono portati a termine in appena un anno, nel 1603, mentre per il monastero bisognerà attendere il decennio successivo. Questa imponente struttura divenne in breve tempo uno dei cuori pulsanti della provincia domenicana campana, tanto da ospitare al suo interno una prestigiosa scuola di logica e metafisica dedicata alla formazione dei novizi, ma aperta per accordo anche ai giovani studiosi afragolesi.

1760 - 1809
Lo splendore artistico e la soppressione napoleonica

Il Settecento rappresentò per la chiesa un secolo di grande fervore artistico e arricchimento estetico. Intorno al 1760 fu innalzato il magnifico altare maggiore, seguito dalla realizzazione di una raffinata balaustra in marmi policromi. La volta della navata centrale fu inoltre impreziosita nel 1782 da un grande e vivace affresco raffigurante la "Gloria di San Domenico", nato dal genio del celebre pittore afragolese Angelo Mozzillo. Questo periodo di floridezza spirituale e artistica subì un brusco arresto nel 1809, quando il nuovo regime filonapoleonico ordinò la soppressione del convento. I frati furono costretti ad abbandonare la loro dimora e i vasti locali del monastero passarono alla municipalità, che negli anni a venire li riutilizzò per scopi prettamente civili, trasformandoli in carcere cittadino, scuola elementare e mendicicomio.

1899 - 1927
Il ritorno alla Curia e l'elevazione a parrocchia

Dopo quasi un secolo di alterne vicende e destinazioni d'uso laiche, il complesso conventuale iniziò a ritrovare la sua vocazione originaria. Nel 1899 la struttura passò ufficialmente nelle mani della Curia di Napoli, che vi istituì una collegiata di sacerdoti. Il legame con la popolazione del quartiere, rimasto sempre molto forte, venne definitivamente suggellato qualche decennio più tardi: nel 1927 la chiesa del Santissimo Rosario fu elevata a tutti gli effetti al rango di sede parrocchiale, tornando a essere il fulcro della vita religiosa e comunitaria della zona.

1980 - 1999
Il dramma del terremoto, i restauri e il dipinto perduto

La storia contemporanea dell'edificio è segnata da una profonda ferita. Il violento terremoto dell'Irpinia del 1980, seguito da ulteriori scosse l'anno successivo, provocò danni strutturali gravissimi all'intera fabbrica. Il sisma causò il rovinoso crollo della volta della navata centrale, portando alla tragica e irrimediabile distruzione dell'antico affresco del Mozzillo che la decorava. La chiesa fu dichiarata inagibile e sottoposta a una lunga e delicata campagna di restauri e consolidamenti statici, che si concluse in una prima fase nel 1989, per permettere poi la riapertura definitiva ai fedeli nel 1999. Proprio durante quegli anni di chiusura e vulnerabilità, nel 1984, una preziosissima pala d'altare seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Domenico e Gennaro, capolavoro del pittore emiliano Giovanni Lanfranco, fu prestata al Museo di Capodimonte per una mostra e purtroppo mai più restituita alla sua sede afragolese.

2005
Un nuovo cammino con i missionari francesi

A seguito della riapertura, la parrocchia ha vissuto una fase di rinnovamento spirituale attraverso diversi affidamenti pastorali. Un momento di svolta molto significativo si è registrato nel 2005, quando l'allora Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Michele Giordano, ha stabilito di affidare la cura della chiesa ai missionari francesi della congregazione di Punto Cuore. Questi religiosi hanno saputo raccogliere con dedizione la secolare eredità di fede lasciata dagli antichi padri domenicani, animando nuovamente le antiche mura del complesso e offrendo un prezioso punto di riferimento umano e spirituale nel cuore del centro storico cittadino.

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