Chiesa di Santa Maria d'Ajello

La Chiesa di Santa Maria d’Aiello, tra le più antiche di Afragola, risale all'XII secolo. Custodisce preziose opere d’arte ed è un simbolo storico e culturale della città.

Avvicinandosi alla Chiesa di Santa Maria d'Ajello, si viene accolti da un ampio e maestoso sagrato pavimentato con scuri lastroni di basalto. Su questa superficie spiccano, come eleganti elementi decorativi, due grandi stelle a otto punte realizzate in pietra bianca, al cui centro è incisa la data della loro sistemazione, il 1891.

Alzando lo sguardo verso la facciata, si nota una struttura armoniosa divisa orizzontalmente in due livelli da un cornicione sporgente. Al piano inferiore si aprono due portali d'ingresso incorniciati in piperno, una pietra scura molto utilizzata nell'architettura campana, e sormontati da decorazioni a timpano realizzate in stucco. La particolarità di questi ingressi è la loro disposizione asimmetrica: le porte consentono infatti l'accesso alla navata centrale e a quella di sinistra, mentre l'ingresso corrispondente alla navata di destra non è visibile dalla piazza. I portoni sono inoltre elegantemente affiancati da coppie di lesene, ovvero finte colonne decorative appoggiate al muro.

Passando al secondo livello, il disegno architettonico riprende in asse con le porte sottostanti e presenta due finestre, caratterizzate da una curiosa illusione visiva: solo la finestra di destra è una vera apertura, pensata per far entrare la luce naturale nella navata centrale, mentre quella di sinistra è un finto infisso, realizzato esclusivamente per mantenere l'equilibrio e l'armonia della composizione, dato che la navata retrostante risulta essere più bassa. A chiudere questa facciata vi è un grande timpano posto sulla sommità dell'edificio, al cui centro spicca un medaglione che custodisce il monogramma dedicato alla Vergine Maria, mentre a dominare l'intera struttura svetta verso il cielo una delicata croce in ferro battuto.

Spostando lo sguardo proprio sul lato destro della facciata, si scopre il motivo dell'asimmetria degli ingressi: l'attenzione viene infatti catturata dalla presenza imponente del campanile, che si innalza fiero nascondendo la porta della navata destra e dominando visivamente l'intera piazza. Questa massiccia torre quadrata, che raggiunge un'altezza di circa quarantacinque metri, è elegantemente suddivisa in tre livelli sovrapposti. La sua estetica è caratterizzata da una solida ossatura che alterna strati di tufo a file di mattoni, mentre sporgenti cornicioni e robusti spigoli realizzati in scuro piperno segnano la separazione tra i vari piani, donando all'insieme un forte ma piacevole contrasto visivo.

Salendo ancora con gli occhi fino all'ultima parte della torre, oltre l'ultimo cornicione in piperno, si svela la zona più ricca di dettagli. Qui, un parapetto ornato da particolari decorazioni a forma di bottiglia fa da base a una celletta di forma ottagonale. Questa piccola struttura superiore è caratterizzata da finestre ellittiche, oggi chiuse, ed è impreziosita da un ampio medaglione che custodisce un bassorilievo raffigurante la Vergine Assunta circondata da un coro di angeli. All'interno del solido campanile trovano inoltre posto tre campane. A coronare e illuminare questa magnifica opera architettonica vi è, infine, una graziosa cupoletta interamente rivestita di maioliche, declinate in vivaci e brillanti tonalità di verde e di giallo.

Varcando la soglia della chiesa di Santa Maria d'Ajello, il visitatore viene accolto da un impianto architettonico maestoso che racconta una lunga storia di trasformazioni. In origine, al momento della sua fondazione alla fine del XII secolo, l'edificio presentava una struttura molto più semplice, caratterizzata da una navata unica coperta da un tetto a capriate lignee, affiancata unicamente dall'antica Cappella del Presepe. La svolta fondamentale per l'aspetto del tempio avvenne a partire dal 1583, quando lo spazio venne profondamente ampliato con la costruzione delle navate laterali. Oggi, la pianta della chiesa si articola in tre ampie navate prive di transetto, un singolare schema compositivo scaturito dalla progressiva aggiunta di corpi di fabbrica nel corso dei secoli. Mentre l'ambiente centrale rappresenta il nucleo superstite più antico, le navate laterali risultano armoniosamente suddivise in sei spazi quadrangolari ciascuna, coperti con eleganza da piccole cupole emisferiche prive di tamburo.

La navata centrale costituisce il vero cuore visivo e spirituale del tempio, estendendosi per una lunghezza di ben trenta metri fino a giungere alla balaustra che delimita il presbiterio. Alzando lo sguardo, si può ammirare quella che viene considerata la più elegante e bella copertura barocca esistente ad Afragola. Si tratta di una notevole volta incannucciata (una struttura leggera realizzata con canne e intonaco), inondata di luce grazie a sei ampi finestroni aperti su ciascun lato. Questa luminosa volta è simmetricamente suddivisa in cinque spazi da piatte nervature che si allineano perfettamente con i massicci pilastri sottostanti, offrendo una lettura architettonica chiara, accentuata dall'essenzialità delle linee e da un misurato e sobrio cromatismo. La prospettiva dell'aula si conclude solennemente con un imponente arco trionfale, rifatto a metà dell'Ottocento, che poggia sui pilastri terminali e mostra fieramente in chiave il monogramma di Maria, retto da volute impreziosite da motivi floreali in rilievo.

Passeggiando lungo la navata, la storia dell'edificio si svela anche abbassando gli occhi verso il pavimento, il quale ha subito mutamenti radicali nel corso del tempo. Attualmente, la superficie calpestabile è composta da moderni e anonimi blocchi di marmo lucido, risultato dei lavori di ristrutturazione condotti negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta (in particolare nel 1973) sotto la guida dei parroci don Aniello Castiello e don Giorgio Montefusco. Tuttavia, per moltissimi secoli, i fedeli hanno camminato su un suggestivo e caldo pavimento in cotto maiolicato, che rivestiva interamente le tre navate. Questo antico manto policromo, fatto apporre circa un secolo e mezzo fa dal parroco Romanucci, fu purtroppo rimosso a causa dell'usura e della scarsa manutenzione. L'uniformità di quelle antiche maioliche era interrotta unicamente da misteriose botole in pietra coperte da iscrizioni latine, oggi del tutto perdute. Questi varchi conducevano al mondo sotterraneo della chiesa: mentre le botole delle navate minori aprivano l'accesso alle cripte private delle famiglie nobiliari, quelle disposte lungo la navata centrale celavano l'ingresso a tre fosse comuni riservate alla sepoltura del popolo, unendo così in un unico abbraccio la bellezza dell'arte in superficie e la profonda memoria della comunità afragolese.

Iniziando il nostro percorso lungo la navata destra della chiesa di Santa Maria d'Ajello, ci troviamo in uno spazio che si articola in sei ambienti quadrangolari, nati in gran parte dai lavori di ampliamento strutturale eseguiti alla fine del Cinquecento. Dal punto di vista architettonico, i primi quattro spazi si presentano come altari addossati al muro perimetrale e coperti da piccole cupole emisferiche, mentre gli ultimi due (la quinta e la sesta cappella) si configurano come vere e proprie profonde cappelle laterali, la cui edificazione è antecedente alla ricostruzione rinascimentale del tempio.

 

NAVATA DESTRA

Prima Cappella: Cappella di San Pio da Pietrelcina Il primo ambiente che incontriamo lungo il nostro cammino è oggi dedicato alla devozione per San Pio da Pietrelcina. In questo vano, che fino agli inizi dell'Ottocento era deputato ad accogliere l'antico fonte battesimale e che in seguito è rimasto a lungo spoglio e privo di altare, è stata infatti collocata in tempi recenti una statua raffigurante il celebre santo cappuccino, offrendo al fedele un immediato luogo di raccoglimento.

Seconda Cappella: Cappella della Madonna del Carmine Proseguendo, si apre la seconda cappella, storicamente intitolata alla Madonna del Carmine. L'ambiente è impreziosito da un elegante altare a mensa intarsiata risalente all'Ottocento. Curiosamente, la pala d'altare, dipinta nel 1695 dall'artista Alessandro Viola, non raffigura la titolare, ma ritrae San Giovanni Battista nel deserto, dipinto con in mano una croce astile e un cartiglio, affiancato da un agnello simbolo del Cristo. Questo singolare scambio di dipinti rispetto all'intitolazione originale è avvenuto all'inizio degli anni Dieci del XXI secolo, per ragioni che non sono mai state ufficialmente spiegate.

Terza Cappella: Cappella di Cristo Pantocratore Il terzo spazio è originariamente legato alla nobile famiglia Muti e un tempo era intitolato a Sant'Antonio Abate. Oggi vi campeggia una pala ottocentesca che raffigura il Redentore (o Cristo Pantocratore) nell'atto solenne di reggere il Globo sormontato da una croce, dolcemente attorniato da angeli. L'altare che si ammira in questa sede non è quello originario, bensì una preziosa opera in marmi policromi del 1670 appartenuta all'estinta Confraternita del Santissimo Sacramento. Esso presenta un ciborio e una mensa sostenuti da due piedistalli, con un bellissimo intarsio nel paliotto che illustra l'immagine della Sacra Specie contenuta nell'Ostensorio.

Quarta Cappella: Cappella di San Giovanni Battista Giunti al quarto ambiente, storicamente intitolato a San Giovanni Battista, troviamo un altare dalle linee molto semplici in marmo bianco, realizzato nel 1837. A causa del medesimo e inspiegabile spostamento di opere citato in precedenza, qui è attualmente ospitata la pala ritraente la Madonna del Carmine, un'opera purtroppo visibilmente impolverata e lesa dal tempo, che originariamente avrebbe dovuto trovarsi nella seconda cappella.

Quinta Cappella: Cappella del Presepe (o di San Giuseppe) La quinta cappella segna l'inizio degli ambienti più spaziosi e profondi della navata. Questo spazio rappresenta il nucleo architettonico più antico in assoluto, essendo persino anteriore alla fondazione della chiesa stessa, e tra il XVII e il XVIII secolo ospitò la Congregazione della Disciplina, che annoverava le famiglie più illustri del paese. Al suo interno si ammirano due affreschi settecenteschi di autore ignoto raffiguranti l'Adorazione dei Magi e la Circoncisione di Gesù, oltre alle statue lignee ottocentesche di San Giuseppe, San Gioacchino e Sant'Anna. Il vero gioiello qui salvato è l'affresco della Madonna di Costantinopoli, un'opera della prima metà del Cinquecento traslata in epoca contemporanea dalla chiesetta rurale di Santa Maria la Nova (nota come "Scafatella") per preservarla dai continui tentativi di furto.

Sesta Cappella: Cappella del Battistero Il nostro itinerario si conclude nell'ultima cappella, un tempo intitolata al Corpus Domini o alla Cena. Lo spazio, scandito da una morbida volta a botte, custodisce un gruppo scultoreo in legno del XVII secolo che raffigura la Madonna assunta tra gli angeli. A dominare incontrastato il centro dell'ambiente è però il superbo fonte battesimale in marmo bianco, magistralmente scolpito a forma di navicella adagiata su un piedistallo ornato da una testina d'angelo. Quest'opera d'eccellenza, divenuta uno dei pezzi d'arte più pregiati dell'intero complesso, fu commissionata dai governatori della chiesa e realizzata nel 1595 dall'artista Fabrizio di Guido.

 

NAVATA SINISTRA

Prima Cappella: Cappella della Crocifissione Iniziando il nostro cammino lungo il lato sinistro della chiesa, il primo ambiente che ci accoglie risulta oggi privo di un altare vero e proprio, ma si fa ammirare per la bella copertura a cupola suddivisa in otto spicchi. Lo spazio, un tempo sede del fonte battesimale, attira l'attenzione per la presenza di due opere molto suggestive: la statua lignea della Deposizione e, soprattutto, un intenso dipinto realizzato nel 1787 dal noto pittore afragolese Angelo Mozzillo. Questa pregevole tela raffigura l'Addolorata ai piedi della croce, dolcemente affiancata dalle figure di San Biagio e San Francesco di Paola, immersi in un'atmosfera di composta sofferenza.

Seconda Cappella: Cappella delle Anime del Purgatorio Proseguendo l'esplorazione, la seconda cappella si lega intimamente alla storia dell'estinta Congregazione di Santa Maria del Suffragio, comunemente conosciuta dal popolo come congrega "del Purgatorio". Sull'altare campeggia una tela, siglata e datata 1787, che mostra la Vergine del Carmine e il Bambino, teneramente circondati da schiere di angeli e santi. Un dettaglio di grande fascino e forte impatto emotivo è costituito dai due bassorilievi in marmo incassati nel muro ai lati del dipinto, i quali raffigurano con impressionante realismo le anime purganti avvolte dalle fiamme.

Terza Cappella: Cappella di Sant'Andrea Apostolo Il terzo spazio, arricchito da un semplice ma elegante altare in marmi policromi, ospita una pala pittorica che purtroppo reca i pesanti segni del tempo, mostrando vistose abrasioni. L'opera ritrae la Vergine incoronata con il Bambino, solennemente accompagnata dalle figure di San Giovanni Battista e Sant'Andrea Apostolo. Nonostante il cattivo stato di conservazione, il dipinto si lascia ancora apprezzare per la dolcezza del volto di Maria e per il suggestivo realismo naturalista che caratterizza il paesaggio sullo sfondo della scena.

Quarta Cappella: Cappella di San Nicola di Bari Giunti al quarto ambiente, ci troviamo di fronte a un raffinato altare barocco risalente alla seconda metà del Seicento, che reca alla sua base gli stemmi gentilizi della famiglia afragolese dei Corcione. La struttura marmorea è impreziosita da un armonioso ciborio, sormontato da una candida scultura che rappresenta la colomba dello Spirito Santo. La tela principale della cappella è invece dedicata a San Nicola, vescovo di Mira, che viene ritratto dall'ignoto autore in una luminosa dimensione celestiale, dolcemente circondato da angeli.

Quinta Cappella: Cappella della Madonna del Carmine La quinta cappella ospita un altare eretto nel 1767, come testimonia un'antica epigrafe marmorea posta a ricordo delle disposizioni dettate dal cardinale Spinelli durante una sua visita pastorale. La vivace pala d'altare mostra la Vergine del Carmine adorata da due figure molto particolari: da un lato San Giovanni Eremita, ritratto in modo insolitamente disinvolto a torso nudo, e dall'altro il patrono San Gennaro. Quest'ultimo indossa i ricchi paramenti episcopali e stringe saldamente nella mano destra l'ampolla del sangue, chiaro e devoto richiamo al celebre prodigio partenopeo.

Sesta Cappella: Cappella della Madonna delle Grazie Il nostro percorso lungo la navata sinistra si chiude magnificamente nella sesta e ultima cappella, un tempo luogo di preghiera privato delle famiglie Castaldo e Guerra. L'ambiente è dominato da un'imponente e superba ara marmorea seicentesca, il cui paliotto centrale è squisitamente decorato da una croce intarsiata tra volute e motivi floreali. Al centro dell'altare, racchiusa in una cornice di marmo, spicca una pala dipinta su tavola lignea che raffigura la Vergine delle Grazie col Bambino, dolcemente implorata da un nobile devoto identificato come Jesso. Questo affascinante dipinto, dai colori ricchi e dalle forme armoniose, è stato da molti studiosi attribuito a un talentuoso, seppur anonimo, artista di scuola fiamminga.

Giungendo al termine della lunga navata centrale, lo sguardo del visitatore viene dolcemente accompagnato e catturato dall'arco trionfale, rifatto a metà dell'Ottocento, sulla cui sommità domina maestoso il monogramma di Maria. Oltrepassato questo varco scenografico, si entra nel solenne e luminoso spazio del presbiterio, un ambiente a pianta rettangolare che custodisce secoli di stratificazioni storiche e artistiche. A delimitare l'area sacra vi è un'elegante balaustra del XVIII secolo, realizzata in pregevoli marmi policromi intarsiati e chiusa al centro da un prezioso cancelletto in bronzo dorato, che reca in cima un rilievo con la Vergine assunta tra gli angeli. Osservando con attenzione lo zoccolo marmoreo di questa recinzione, è possibile notare un'incisione che recita "Don Giorgio Montefusco, 1973": un ricordo dei profondi lavori che sostituirono lo storico e logoro pavimento in cotto maiolicato con i blocchi di marmo lucido attuali. Oggi, per adeguarsi alle moderne norme liturgiche, lo spazio ospita un altare a mensa e un leggio rivolti verso i fedeli; queste due strutture sono state realizzate con grande sensibilità, recuperando e assemblando i marmi antichi provenienti dallo smembrato altare settecentesco della vicina Cappella del Presepe.

Il vero fulcro visivo di tutto l'ambiente rimane però il grandioso altare maggiore, un'imponente e fastosa opera in marmi policromi commissionata negli anni Novanta del Seicento dall'allora parroco don Giuseppe Orefice. Questa architettura sacra è il frutto di un affascinante recupero: è composta, infatti, dall'unione di parti di varie mense preesistenti andate distrutte, riutilizzando magistralmente anche i brillanti intarsi marmorei rossi e gialli provenienti dall'altare disperso della nobile famiglia Vasaturo. Ad arricchire la parte superiore della struttura, proprio ai lati dell'elegante ciborio settecentesco, sono state intelligentemente incastonate due delicate teste d'angelo in marmo bianco, anch'esse salvate dallo smembramento dell'antico altare della Cappella del Presepe.

Sulla parete di fondo dell'abside, incorniciata da una fascia in marmo bianco intarsiato, troneggia la magnifica pala dell'Assunta in cielo, una grande e suggestiva tavola in legno risalente al tardo Cinquecento. L'opera raffigura Maria sollevata da morbidi angeli, con undici apostoli raccolti in preghiera intorno alla sua tomba vuota; l'attribuzione di questo capolavoro è stata a lungo dibattuta, oscillando tra le mani di Giovan Angelo Criscuolo, dell'elegante pittore manierista Leonardo Castellano, fino a recenti ipotesi che puntano verso artisti locali dell'epoca. Esattamente al di sopra di questo dipinto principale, inserita all'interno di una cornice ellittica, si trova una seconda pittura su tavola raffigurante la Vergine in Gloria con la Trinità; purtroppo molto rovinata nei colori a causa del tempo, è un'opera di autore ignoto sempre della fine del XVI secolo.

A memoria del profondo legame tra la chiesa e le sue guide spirituali, le pareti del presbiterio custodiscono tre importanti lapidi sepolcrali: a sinistra riposa il vicario foraneo don Gennaro Guerra (morto nel 1849), a destra si legge l'elogio del parroco don Francesco Castaldo (morto nel 1838), mentre proprio al di sotto della pala dell'Assunta è collocata la tomba di don Felice Romanucci, trasferita in questo luogo d'onore nel 1853 per volere del suo successore.

Alzando infine gli occhi, si apprezza come lo spazio si slanci verso l'alto grazie a un possente cornicione che, interrompendosi proprio in corrispondenza della grande pala d'altare, funge da solida base per la cupola maggiore. Questa imponente struttura di copertura risulta architettonicamente molto particolare poiché è priva di tamburo basale; si sviluppa con una profonda ed elegante spinta verticale, suddivisa in otto spazi da piatte nervature che convergono al centro, dove campeggia un luminoso affresco dello Spirito Santo in forma di colomba. La luce naturale inonda l'ambiente attraverso le finestre ad arco ribassato, decorate con piccoli festoni, che si aprono direttamente nelle vele della cupola. L'intero presbiterio, comprese le decorazioni pittoriche, fu sottoposto a un ampio e vitale ciclo di consolidamento strutturale nel 1938, promosso dall'allora parroco Gennaro Balsamo, che permise di ridare stabilità e bellezza a questa superba architettura.

1190
Le origini e la fondazione

Secondo la tradizione locale e le cronache storiche, la maestosa Chiesa di Santa Maria d'Ajello affonda le sue antiche radici nel 1190, quando fu edificata su un fertile terreno di proprietà della Curia Arcivescovile di Napoli. La leggenda narra che la sua costruzione avvenne grazie a una concessione della potente regina Costanza d'Altavilla. In questa sua prima veste, l'edificio si presentava in forme molto semplici e modeste, con un'unica navata centrale coperta da un rustico tetto a capriate in legno. La parte in assoluto più antica del tempio era costituita dalla piccola Cappella del Presepe (nota anche come Cappella di San Giuseppe), un piccolo luogo di culto che preesisteva all'edificio principale e che fu sapientemente incorporato in uno degli ambienti laterali durante le successive fasi di espansione della chiesa.

Secoli XII-XV
Il ruolo centrale nella comunità e la dignità diocesana

A partire dalla fine del dodicesimo secolo e per quasi tutto il Medioevo, Santa Maria d'Ajello divenne l'istituzione religiosa di riferimento per i cittadini di Afragola, venendo riconosciuta come la prima vera parrocchia matrice del nascente casale. Oltre a svolgere una fondamentale funzione spirituale, essa divenne il fulcro dell'aggregazione civile per la laboriosa comunità locale. La sua straordinaria importanza fu ufficialmente sancita nel 1337, quando, attraverso un antico rituale curato dall'arcivescovo napoletano Giovanni Orsini, ottenne importanti dignità diocesane. Grazie a questo prestigio, la giurisdizione e l'influenza di Santa Maria d'Ajello si estesero ben oltre i confini cittadini, arrivando a controllare anche le chiese parrocchiali dei paesi vicini come Casoria, Secondigliano, Arzano e Casalnuovo.

1528 - 1598
L'eredità Castaldi e le grandi trasformazioni architettoniche

Una svolta decisiva per l'estetica e la grandezza dell'edificio avvenne grazie alla generosità del notaio Berardino Castaldi, che con un testamento rogato nel 1528 (e divenuto operativo negli anni successivi al 1535) decise di lasciare una cospicua e ricca eredità alla chiesa. Queste ingenti risorse economiche permisero ai parroci di avviare un grandioso progetto di ingrandimento, che trasformò il tempio dotandolo delle due ampie navate laterali e del massiccio campanile in tufo, portandolo all'impostazione a tre navate che ammiriamo oggi. I cantieri furono aperti ufficialmente nel 1583, ma i lavori procedettero a rilento. A dimostrazione del vivace fermento cittadino, un documento legato a una Santa Visita episcopale del 1598 ci rivela che, a causa del continuo aumento demografico di Afragola, gli spazi della chiesa risultavano ancora del tutto insufficienti per accogliere l'incessante afflusso della grande platea parrocchiale.

XVII Secolo
Il fiorire delle Confraternite e i nuovi spazi di culto

Con l'arrivo del Seicento, la chiesa si arricchì ulteriormente, divenendo il centro pulsante della fervida e vivace devozione popolare. In questo secolo, infatti, il complesso fu allargato verso l'esterno con l'edificazione degli storici oratori dedicati alle Confraternite del Purgatorio e dell’Immacolata Concezione. Questi nuovi e raffinati luoghi di preghiera, fondamentali per l'assistenza e la carità, furono costruiti in posizione adiacente alla sede parrocchiale, creando dei suggestivi volumi architettonici molto aggettanti sul piccolo sagrato antistante l'ingresso, che finirono per abbracciare idealmente i fedeli in arrivo.

1780 - 1784
Il trionfo dell'eleganza e del Barocco napoletano

Nel quadriennio compreso tra il 1780 e il 1784, su brillante iniziativa del parroco Angelo Firelli, la chiesa fu interessata da un nuovo e radicale ciclo di lavori che non ne alterò la struttura muraria, ma ne rivoluzionò completamente l'estetica. Questo imponente restauro regalò all'edificio quel raffinato e luminoso gusto in puro stile barocco tardo napoletano che lo caratterizza attualmente. Gli interventi rinnovarono in profondità sia il prospetto della maestosa facciata principale esterna, sia le decorazioni interne, arricchendo le pareti, i cornicioni e le arcate con fastosi stucchi ornamentali capaci di infondere una sensazione di grande leggerezza e solennità all'intero ambiente.

Inizi XIX Secolo - Età Contemporanea
Gli ultimi ritocchi, il restauro del campanile e le riforme moderne
La conformazione planimetrica e gli spazi interni della chiesa raggiunsero il loro assetto e tracciato definitivo subendo le ultime, lievi modifiche agli inizi dell’Ottocento. Il diciannovesimo secolo portò in dote anche una nuova e bellissima veste per la torre campanaria: nel 1847, dopo che un fulmine ne aveva distrutto la sommità, il maestro costruttore Luigi Farinari restaurò la struttura dotandola della splendida cupola maiolicata rivestita in ceramica verde e gialla che svetta ancora oggi nel cielo afragolese. Nel corso degli anni successivi, le sole vere innovazioni furono apportate agli altari e al calpestio; in modo particolare, in seguito alle novità introdotte dalla riforma liturgica degli anni Sessanta del Novecento, lo storico e antico pavimento in cotto fu smantellato per lasciare spazio all'attuale e lucida copertura in ampi blocchi di marmo, chiudendo così la lunga evoluzione architettonica di questo prezioso scrigno di storia.
  • Posizione

    Via Santa Maria, 70, 80021 Afragola NA, Italia

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