Il villaggio preistorico di Afragola e l'eruzione delle Pomici di Avellino
Circa 1800 a.C.

Il villaggio preistorico e l'eruzione delle Pomici di Avellino

Circa quattromila anni fa, in un periodo che gli studiosi definiscono Età del Bronzo Antico (intorno al 1800 a.C.), il territorio dove oggi sorge Afragola ospitava una fiorente e complessa comunità. Questo straordinario insediamento è riemerso dal buio dei millenni solo in tempi recenti, tra il 2004 e il 2009, grazie alle vaste indagini archeologiche condotte per la realizzazione della nuova stazione dell'Alta Velocità.

La perfetta e sbalorditiva conservazione di questo villaggio preistorico si deve a un evento naturale tanto catastrofico quanto prezioso per la memoria storica: la violenta eruzione del Vesuvio nota agli scienziati come eruzione delle Pomici di Avellino. Una fitta e letale pioggia di ceneri e materiale piroclastico ricoprì progressivamente l'intera area campana, provocando il crollo delle abitazioni sotto l'enorme peso dei sedimenti, ma sigillando al contempo la vita quotidiana di quella comunità sotto una spessa coltre protettiva, regalandoci una vera e propria Pompei della preistoria.

Le indagini archeologiche hanno portato alla luce un villaggio estremamente ben strutturato, situato originariamente a ridosso di antichi corsi d'acqua, nei pressi dell'attuale tracciato dei Regi Lagni.

Le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta rettangolare, lunghe fino a otto metri, che terminavano con una caratteristica forma arrotondata, definita ad abside. Queste solide strutture in legno e materiale vegetale erano sapientemente divise internamente in due ambienti: uno spazio principale dedicato alle attività diurne, dove ardeva il focolare o un piccolo forno in terracotta per la cottura dei cibi e il riscaldamento, e una zona posteriore nell'abside, presumibilmente utilizzata per il riposo e per accogliere il vasellame.

All'esterno delle dimore si estendevano spazi aperti divisi da staccionate in legno, le quali separavano le case da grandi e capaci magazzini a doppio spiovente, edifici nevralgici in cui la comunità stipava con cura le scorte alimentari all'interno di grandi vasi per proteggerle dalle intemperie e dagli animali.

La ricchezza inestimabile di questo sito risiede anche negli eccezionali resti botanici e faunistici ritrovati, i quali ci raccontano nel dettaglio le abitudini di chi calpestava queste terre quattromila anni fa.

L'alimentazione era sorprendentemente varia, sana e bilanciata, fondata su un'agricoltura evoluta che garantiva cereali come farro, orzo e miglio, affiancati dalla coltivazione di legumi nutrienti come lenticchie e piselli.

La dieta quotidiana era inoltre addolcita e impreziosita dai frutti offerti dai rigogliosi boschi di querce e faggi circostanti: tra le ceneri gli archeologi hanno rinvenuto resti di fichi, uva, corniolo, more e melagrane.

Proprio il ritrovamento di questi specifici frutti maturi ha rappresentato un dettaglio botanico fondamentale, permettendo agli studiosi di stabilire che la catastrofica eruzione avvenne con molta probabilità durante la stagione autunnale.

Accanto alla lavorazione della terra, gli abitanti praticavano un fiorente allevamento, concentrato su bovini, maiali e greggi di pecore e capre, animali sfruttati non solo per la carne, ma anche per la produzione del latte, del formaggio e della lana.

Curiosamente, in questo villaggio non vi sono tracce di attività venatoria, ma la presenza di ami in osso e lische testimonia in compenso una pratica molto diffusa della pesca lungo i fiumi limitrofi.

Il momento più drammatico, vibrante e toccante della storia di questo villaggio è rimasto impresso fisicamente e letteralmente nel suolo vulcanico. Quando la coltre di cenere iniziò a oscurare il cielo e a sommergere l'insediamento, gli abitanti compresero rapidamente l'entità del pericolo e si diedero a una fuga disperata.

La totale assenza di resti umani tra le rovine ci conferma che la comunità riuscì miracolosamente a mettersi in salvo, abbandonando tutto e allontanandosi verso i territori più sicuri a nord per sfuggire all'aria irrespirabile.

A raccontare l'ansia di quegli attimi concitati sono migliaia di orme umane e animali, rimaste cristallizzate prima nel fango vulcanico e poi nei sedimenti alluvionali successivi.

Queste tracce ci mostrano una fuga che fu inizialmente caotica e frenetica tra le capanne e i recinti, per poi trasformarsi in un esodo più ordinato man mano che le famiglie e i carri si allontanavano dal disastro.

Nella furia di questo esodo, gli animali domestici furono condotti via con i padroni, ma lo scavo ha restituito lo scheletro di un singolo, sfortunato giovane vitello, rinvenuto nei pressi di una staccionata con il cranio sfondato: forse fu sacrificato in fretta e furia nel vano tentativo di placare la furia degli elementi.

I primi insediamenti e le antiche necropoli sannitiche
IV-III secolo a.C.

I primi insediamenti e le antiche necropoli sannitiche

Dopo il catastrofico arresto della vita preistorica dovuto alle ceneri del Vesuvio, il fertile territorio afragolese vide una nuova, straordinaria fioritura a partire dal IV secolo a.C.. In quest'epoca, la piana campana divenne la dimora dei Sanniti, una bellicosa popolazione dell'entroterra che parlava la lingua osca e che si era progressivamente spinta dalle montagne verso le pianure costiere.

Ad Afragola non sorse una vera e propria città fortificata, ma piuttosto una costellazione di pagi, piccoli insediamenti rustici a carattere rurale. Questi villaggi, che oggi potremmo paragonare alle nostre tipiche masserie sparse nella campagna, ospitavano una comunità affiatata di pastori e agricoltori.

La loro era una vita semplice ma attiva, profondamente legata alla coltivazione di una terra fertilissima ma insidiosa, segnata dal corso del fiume Clanio, le cui periodiche alluvioni rendevano ampie porzioni di territorio palustri e inospitali.

La più fulgida ed emozionante testimonianza di questa antica comunità è riemersa nel luglio del 1961, durante una fortunata campagna di scavi condotta dall'archeologo Paolo De Rosa nella contrada Cantariello.

All'interno della proprietà De Simone, venne alla luce una straordinaria necropoli sannitica contenente diverse sepolture, tra le quali spiccava una tomba a cassa doppia di eccezionale valore scientifico: la celebre Tomba Bisoma.

Questa sepoltura, risalente a un periodo compreso tra il 310 e il 280 a.C., si è conservata integra nella sua splendida parte pittorica. Le pareti interne, dipinte a fresco direttamente sulla calce umida secondo uno stile affine a quello delle scuole di Capua, raffigurano due donne vestite con estrema eleganza e poste l'una di fronte all'altra su uno sfondo bianco.

La figura di sinistra reca con sé un'elegante brocca nera, la oinochoe, e un secchiello a due manici, la situla, mentre la figura di destra stringe una forma di pane e una coppa, lo skyphos.

Tra le due figure campeggia una melagrana, l'antico e suggestivo simbolo di morte e rinascita. La presenza della situla, un recipiente cerimoniale rarissimo nella pittura funeraria campana dell'epoca, rende questo capolavoro un pezzo unico al mondo, oggi custodito con tutti gli onori nella sala LXVII del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La ricchezza archeologica del sottosuolo afragolese riservò un'altra incredibile sorpresa nel maggio del 1965. Proprio all'interno dell'odierno cimitero locale, nel XIX Quadrato, gli operai impegnati nello scavo di un ipogeo si imbatterono a circa due metri di profondità in un'altra tomba sannitica rimasta miracolosamente inviolata.

Al suo interno era custodito un corredo funebre intatto composto da dodici pezzi d'eccezione, tra cui un'olla, piatti e caratteristiche coppette a vernice nera dette a "becco di civetta".

Tra questi reperti spiccava una magnifica coppa da vino, la kylix, finemente lavorata e decorata sul fondo con la bellissima effigie della ninfa Aretusa.

Gli scavi successivi, uniti al ritrovamento di un'immensa quantità di ceramica frammentata alle spalle della Cappella Madre, confermarono agli studiosi una verità affascinante: l'antico spazio sacro dei defunti sanniti coincideva in buona parte con l'attuale area del cimitero cittadino, legando la devozione dei vivi in un ideale abbraccio lungo millenni.

Un altro immenso tassello della storia sannita di Afragola venne alla luce nell'aprile del 1982 nella località Sanguineto, durante i lavori di scavo per un grande collettore fognario.

Nonostante i ripetuti saccheggi notturni dei tombaroli clandestini, la Soprintendenza e i giovani volontari del gruppo archeologico locale riuscirono a salvare preziosi corredi funebri del IV-III secolo a.C., oggi in parte esposti nel museo di Santa Maria Capua Vetere.

Le tombe, semplici fosse scavate nel terreno e protette da pesanti lastre di tufo, restituirono splendidi manufatti a vernice nera, tra cui un particolarissimo kernos.

Questo insolito recipiente, formato da un corpo cilindrico in fittile che sorregge quattro piccole pignatte per l'olio combustibile unite in alto da un gancio, testimonia una fase avanzata del III secolo a.C., l'epoca in cui i Sanniti andavano perdendo la propria fisionomia culturale per assimilarsi al nascente dominio di Roma.

Di straordinario interesse scientifico fu l'analisi geologica del terreno di scavo: i vani delle sepolture erano stati ricavati in uno strato di terra grigia e umida, ricco di fossili di foglie e rami, a dimostrazione che all'epoca dei Sanniti la zona era una fitta e umida palude costantemente flagellata dalle acque del Clanio.

Il quadro archeologico sannita di Afragola si completa con i ritrovamenti nelle località di Vatracone, Cinque Vie e Contrada Regina, che confermano come tutta la campagna circostante fosse un pullulare operoso di vita e di piccoli insediamenti.

Ma l'aspetto forse più affascinante di queste necropoli risiede nella sfera spirituale di chi le utilizzava. Gli studiosi ritengono infatti che la scelta di dipingere l'interno delle tombe e la presenza di specifici simboli nei corredi funerari non fossero semplici decorazioni domestiche, bensì il riflesso del diffondersi di profondi riti esoterici e filosofici legati all'orfismo e al pitagorismo.

Questa tesi, che attribuisce un valore sacro e simbolico al passaggio dell'anima nell'aldilà, ha trovato una conferma straordinaria nel maggio del 1965, quando in località Masseria venne recuperato un frammento di patera a vernice nera della fine del IV secolo a.C..

Sotto la sua base, inciso con precisione dal ceramista antico, compariva un graffito concentrico raffigurante una stella e un cerchio, simboli inconfondibili di questi culti misterici.

Attraverso queste fragili tracce di argilla e di colore, i pastori sanniti dell'entroterra afragolese ci parlano ancora oggi, rivelandoci una cultura tutt'altro che isolata, ma intimamente connessa alla raffinatezza filosofica e artistica delle grandi colonie greche della costa.

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