Circa 1800 a.C. - Il villaggio preistorico e l'eruzione delle Pomici di Avellino

Circa quattromila anni fa, in un periodo che gli studiosi definiscono Età del Bronzo Antico (intorno al 1800 a.C.), il territorio dove oggi sorge Afragola ospitava una fiorente e complessa comunità. Questo straordinario insediamento è riemerso dal buio dei millenni solo in tempi recenti, tra il 2004 e il 2009, grazie alle vaste indagini archeologiche condotte per la realizzazione della nuova stazione dell'Alta Velocità.

La perfetta e sbalorditiva conservazione di questo villaggio preistorico si deve a un evento naturale tanto catastrofico quanto prezioso per la memoria storica: la violenta eruzione del Vesuvio nota agli scienziati come eruzione delle Pomici di Avellino. Una fitta e letale pioggia di ceneri e materiale piroclastico ricoprì progressivamente l'intera area campana, provocando il crollo delle abitazioni sotto l'enorme peso dei sedimenti, ma sigillando al contempo la vita quotidiana di quella comunità sotto una spessa coltre protettiva, regalandoci una vera e propria Pompei della preistoria.

Le indagini archeologiche hanno portato alla luce un villaggio estremamente ben strutturato, situato originariamente a ridosso di antichi corsi d'acqua, nei pressi dell'attuale tracciato dei Regi Lagni.

Le abitazioni erano costituite da grandi capanne a pianta rettangolare, lunghe fino a otto metri, che terminavano con una caratteristica forma arrotondata, definita ad abside. Queste solide strutture in legno e materiale vegetale erano sapientemente divise internamente in due ambienti: uno spazio principale dedicato alle attività diurne, dove ardeva il focolare o un piccolo forno in terracotta per la cottura dei cibi e il riscaldamento, e una zona posteriore nell'abside, presumibilmente utilizzata per il riposo e per accogliere il vasellame.

All'esterno delle dimore si estendevano spazi aperti divisi da staccionate in legno, le quali separavano le case da grandi e capaci magazzini a doppio spiovente, edifici nevralgici in cui la comunità stipava con cura le scorte alimentari all'interno di grandi vasi per proteggerle dalle intemperie e dagli animali.

La ricchezza inestimabile di questo sito risiede anche negli eccezionali resti botanici e faunistici ritrovati, i quali ci raccontano nel dettaglio le abitudini di chi calpestava queste terre quattromila anni fa.

L'alimentazione era sorprendentemente varia, sana e bilanciata, fondata su un'agricoltura evoluta che garantiva cereali come farro, orzo e miglio, affiancati dalla coltivazione di legumi nutrienti come lenticchie e piselli.

La dieta quotidiana era inoltre addolcita e impreziosita dai frutti offerti dai rigogliosi boschi di querce e faggi circostanti: tra le ceneri gli archeologi hanno rinvenuto resti di fichi, uva, corniolo, more e melagrane.

Proprio il ritrovamento di questi specifici frutti maturi ha rappresentato un dettaglio botanico fondamentale, permettendo agli studiosi di stabilire che la catastrofica eruzione avvenne con molta probabilità durante la stagione autunnale.

Accanto alla lavorazione della terra, gli abitanti praticavano un fiorente allevamento, concentrato su bovini, maiali e greggi di pecore e capre, animali sfruttati non solo per la carne, ma anche per la produzione del latte, del formaggio e della lana.

Curiosamente, in questo villaggio non vi sono tracce di attività venatoria, ma la presenza di ami in osso e lische testimonia in compenso una pratica molto diffusa della pesca lungo i fiumi limitrofi.

Il momento più drammatico, vibrante e toccante della storia di questo villaggio è rimasto impresso fisicamente e letteralmente nel suolo vulcanico. Quando la coltre di cenere iniziò a oscurare il cielo e a sommergere l'insediamento, gli abitanti compresero rapidamente l'entità del pericolo e si diedero a una fuga disperata.

La totale assenza di resti umani tra le rovine ci conferma che la comunità riuscì miracolosamente a mettersi in salvo, abbandonando tutto e allontanandosi verso i territori più sicuri a nord per sfuggire all'aria irrespirabile.

A raccontare l'ansia di quegli attimi concitati sono migliaia di orme umane e animali, rimaste cristallizzate prima nel fango vulcanico e poi nei sedimenti alluvionali successivi.

Queste tracce ci mostrano una fuga che fu inizialmente caotica e frenetica tra le capanne e i recinti, per poi trasformarsi in un esodo più ordinato man mano che le famiglie e i carri si allontanavano dal disastro.

Nella furia di questo esodo, gli animali domestici furono condotti via con i padroni, ma lo scavo ha restituito lo scheletro di un singolo, sfortunato giovane vitello, rinvenuto nei pressi di una staccionata con il cranio sfondato: forse fu sacrificato in fretta e furia nel vano tentativo di placare la furia degli

IV-III secolo a.C. - I primi insediamenti e le antiche necropoli sannitiche

Dopo il catastrofico arresto della vita preistorica dovuto alle ceneri del Vesuvio, il fertile territorio afragolese vide una nuova, straordinaria fioritura a partire dal IV secolo a.C.. In quest'epoca, la piana campana divenne la dimora dei Sanniti, una bellicosa popolazione dell'entroterra che parlava la lingua osca e che si era progressivamente spinta dalle montagne verso le pianure costiere.

Ad Afragola non sorse una vera e propria città fortificata, ma piuttosto una costellazione di pagi, piccoli insediamenti rustici a carattere rurale. Questi villaggi, che oggi potremmo paragonare alle nostre tipiche masserie sparse nella campagna, ospitavano una comunità affiatata di pastori e agricoltori.

La loro era una vita semplice ma attiva, profondamente legata alla coltivazione di una terra fertilissima ma insidiosa, segnata dal corso del fiume Clanio, le cui periodiche alluvioni rendevano ampie porzioni di territorio palustri e inospitali.

La più fulgida ed emozionante testimonianza di questa antica comunità è riemersa nel luglio del 1961, durante una fortunata campagna di scavi condotta dall'archeologo Paolo De Rosa nella contrada Cantariello.

All'interno della proprietà De Simone, venne alla luce una straordinaria necropoli sannitica contenente diverse sepolture, tra le quali spiccava una tomba a cassa doppia di eccezionale valore scientifico: la celebre Tomba Bisoma.

Questa sepoltura, risalente a un periodo compreso tra il 310 e il 280 a.C., si è conservata integra nella sua splendida parte pittorica. Le pareti interne, dipinte a fresco direttamente sulla calce umida secondo uno stile affine a quello delle scuole di Capua, raffigurano due donne vestite con estrema eleganza e poste l'una di fronte all'altra su uno sfondo bianco.

La figura di sinistra reca con sé un'elegante brocca nera, la oinochoe, e un secchiello a due manici, la situla, mentre la figura di destra stringe una forma di pane e una coppa, lo skyphos.

Tra le due figure campeggia una melagrana, l'antico e suggestivo simbolo di morte e rinascita. La presenza della situla, un recipiente cerimoniale rarissimo nella pittura funeraria campana dell'epoca, rende questo capolavoro un pezzo unico al mondo, oggi custodito con tutti gli onori nella sala LXVII del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La ricchezza archeologica del sottosuolo afragolese riservò un'altra incredibile sorpresa nel maggio del 1965. Proprio all'interno dell'odierno cimitero locale, nel XIX Quadrato, gli operai impegnati nello scavo di un ipogeo si imbatterono a circa due metri di profondità in un'altra tomba sannitica rimasta miracolosamente inviolata.

Al suo interno era custodito un corredo funebre intatto composto da dodici pezzi d'eccezione, tra cui un'olla, piatti e caratteristiche coppette a vernice nera dette a "becco di civetta".

Tra questi reperti spiccava una magnifica coppa da vino, la kylix, finemente lavorata e decorata sul fondo con la bellissima effigie della ninfa Aretusa.

Gli scavi successivi, uniti al ritrovamento di un'immensa quantità di ceramica frammentata alle spalle della Cappella Madre, confermarono agli studiosi una verità affascinante: l'antico spazio sacro dei defunti sanniti coincideva in buona parte con l'attuale area del cimitero cittadino, legando la devozione dei vivi in un ideale abbraccio lungo millenni.

Un altro immenso tassello della storia sannita di Afragola venne alla luce nell'aprile del 1982 nella località Sanguineto, durante i lavori di scavo per un grande collettore fognario.

Nonostante i ripetuti saccheggi notturni dei tombaroli clandestini, la Soprintendenza e i giovani volontari del gruppo archeologico locale riuscirono a salvare preziosi corredi funebri del IV-III secolo a.C., oggi in parte esposti nel museo di Santa Maria Capua Vetere.

Le tombe, semplici fosse scavate nel terreno e protette da pesanti lastre di tufo, restituirono splendidi manufatti a vernice nera, tra cui un particolarissimo kernos.

Questo insolito recipiente, formato da un corpo cilindrico in fittile che sorregge quattro piccole pignatte per l'olio combustibile unite in alto da un gancio, testimonia una fase avanzata del III secolo a.C., l'epoca in cui i Sanniti andavano perdendo la propria fisionomia culturale per assimilarsi al nascente dominio di Roma.

Di straordinario interesse scientifico fu l'analisi geologica del terreno di scavo: i vani delle sepolture erano stati ricavati in uno strato di terra grigia e umida, ricco di fossili di foglie e rami, a dimostrazione che all'epoca dei Sanniti la zona era una fitta e umida palude costantemente flagellata dalle acque del Clanio.

Il quadro archeologico sannita di Afragola si completa con i ritrovamenti nelle località di Vatracone, Cinque Vie e Contrada Regina, che confermano come tutta la campagna circostante fosse un pullulare operoso di vita e di piccoli insediamenti.

Ma l'aspetto forse più affascinante di queste necropoli risiede nella sfera spirituale di chi le utilizzava. Gli studiosi ritengono infatti che la scelta di dipingere l'interno delle tombe e la presenza di specifici simboli nei corredi funerari non fossero semplici decorazioni domestiche, bensì il riflesso del diffondersi di profondi riti esoterici e filosofici legati all'orfismo e al pitagorismo.

Questa tesi, che attribuisce un valore sacro e simbolico al passaggio dell'anima nell'aldilà, ha trovato una conferma straordinaria nel maggio del 1965, quando in località Masseria venne recuperato un frammento di patera a vernice nera della fine del IV secolo a.C..

Sotto la sua base, inciso con precisione dal ceramista antico, compariva un graffito concentrico raffigurante una stella e un cerchio, simboli inconfondibili di questi culti misterici.

Attraverso queste fragili tracce di argilla e di colore, i pastori sanniti dell'entroterra afragolese ci parlano ancora oggi, rivelandoci una cultura tutt'altro che isolata, ma intimamente connessa alla raffinatezza filosofica e artistica delle grandi colonie greche della costa.

I secolo d.C. - L'epoca romana, l'acquedotto e l'Ara Augustea

L'epoca romana ha lasciato un'impronta profonda e indelebile nel territorio di Afragola, trasformando un'area di sparsi insediamenti rurali in un fulcro vitale e perfettamente integrato nell'organizzazione dell'Impero.

Già a partire dal I secolo a.C. e durante il I secolo d.C., l'intera piana campana fu riorganizzata dai Romani attraverso il sistema della centuriazione (in particolare i reticoli dell'Ager Campanus I e dell'Acerrae-Atella I).

Questa geometrica divisione dei campi in lotti regolari, finalizzata ad assegnare terre coltivabili ai coloni e ai veterani di guerra, è ancora oggi visibile nel moderno disegno delle strade cittadine.

In questa fertile campagna, situata a pochissimi chilometri dall'antica e fiorente città di Atella, decisero di stabilirsi anche ricchi patrizi romani, tra cui un ramo della celebre famiglia dei Pisoni.

Questi nobili acquistarono vaste estensioni di terreno, probabilmente attirati dalla bellezza dei luoghi e dalla vicinanza a una zona frequentata dagli stessi imperatori Tiberio e Ottaviano Augusto, che amavano soggiornare ad Atella per svago e per assistere alle popolari rappresentazioni teatrali, le famose fabulae.

In questa cornice di grande sviluppo rurale si inserisce la realizzazione di un'opera infrastrutturale straordinaria: l'Acquedotto romano del Serino.

Ideato sotto la guida del generale Agrippa in epoca augustea, questo prodigio dell'ingegneria idraulica attraversava il territorio di Afragola scorrendo principalmente come un rivus subterraneus (un canale sotterraneo), progettato con una pendenza dolcissima e costante per far defluire l'acqua in modo silenzioso e regolare, senza fastidiosi fragori.

Nonostante scorresse sottoterra, la memoria visiva delle imponenti arcate di superficie costruite nelle zone limitrofe ha segnato per sempre la toponomastica locale: i nomi di antichi villaggi come Arcora e Arcopinto, o di luoghi storici come Piazza dell'Arco, derivano proprio dalla presenza di queste grandiose strutture ad arco che caratterizzavano il paesaggio.

Secondo un'affascinante teoria glottologica formulata da storici locali, lo stesso nome di Afragola non sarebbe altro che una contrazione della dicitura latina a foris arcora (ossia "fuori dagli archi"), a testimonianza di quanto il passaggio dell'acquedotto fosse un punto di riferimento identitario per gli abitanti.

Ma la testimonianza archeologica più celebre e al tempo stesso drammatica di questo glorioso passato è rappresentata dal ritrovamento della cosiddetta Ara Augustea.

Si trattava in realtà di una splendida base onoraria in travertino risalente al I secolo d.C., alta 1,17 metri e larga 0,55, sormontata da un bel capitello finemente lavorato.

Sul fronte mostrava una dedica solenne incisa a grandi lettere: AVG. SACR. (Augusto Sacrum), un'iscrizione che ricordava l'epoca storica in cui il Senato romano decretò per la prima volta gli onori divini all'imperatore Augusto.

Questo prezioso reperto fu scoperto quasi per caso da un sacerdote afragolese, don Aspreno Rocco, che durante una passeggiata pomeridiana lungo i sentieri campestri di contrada Cantariello notò un angolo di marmo che spuntava dal terreno.

Con l'aiuto di alcuni contadini, il prete riuscì a scavare attorno al massiccio blocco e a riportarlo alla luce, attirando l'attenzione dell'illustre archeologo Matteo Della Corte, che ne studiò l'iscrizione e ne pubblicò la dotta relazione negli Atti dell'Accademia Nazionale dei Lincei.

Il destino di questo inestimabile monumento romano riassume purtroppo una storia di incuria e indifferenza.

Prima del suo definitivo recupero, l'ara era stata adattata con squisito senso pratico come acquasantiera all'interno dell'antica chiesa di San Marco.

Quando non poté più assolvere a questa funzione liturgica, venne abbandonata all'angolo di un campo seminativo della zona per essere utilizzata dai contadini come semplice scansacarri, per evitare che le ruote dei carri danneggiassero gli spigoli dei muri.

Soltanto nell'ottobre del 1929 l'opera fu sottratta all'incuria della strada e trasportata nel Palazzo Comunale.

La tragica conclusione di questa vicenda si consumò nel 1948, quando in occasione delle celebrazioni per il poeta afragolese Gennaro Aspreno Rocco si pensò di utilizzare l'antica base romana come piedistallo per il suo busto bronzeo.

Interrogando i custodi comunali per recuperare il marmo, si scoprì con sgomento che il prezioso cippo imperiale era stato frantumato a colpi di mazza per essere utilizzato come comune brecciame nella manutenzione delle strade cittadine, privando per sempre la comunità di Afragola di una delle sue più importanti e gloriose memorie romane.

949-1105 - I villaggi sparsi nella piana: Arcora, Arcopinto, Cantarello e Afabrola

Tra la fine del primo millennio e gli albori del secondo, prima ancora che la città di Afragola assumesse la fisionomia che oggi conosciamo, la pianura campana era costellata da un mosaico di piccoli insediamenti rurali, pagi e villaggi sparsi. Queste comunità, che vivevano del duro ma fruttuoso lavoro della terra e si muovevano tra le fitte selve e i canali della piana, hanno lasciato tracce indelebili nella toponomastica e nei documenti d'archivio di epoca bizantina, longobarda e normanna. Tra queste gemme medievali spiccano i nomi di Arcora, Arcopinto, Cantarello e quella prima, arcaica menzione di Afabrola, le cui storie si intrecciano in un racconto affascinante di fioritura, trasformazioni e graduale fusione.

Il villaggio di Arcora vanta una delle attestazioni più antiche di questo territorio, comparendo per la prima volta in un diploma risalente al lontano 949. In questo storico documento, il console e duca di Napoli Giovanni concedeva al monastero dei Santi Severino e Sossio la licenza di costruire un mulino, ricevendo in cambio proprio un terreno situato ad Arcora.

L'origine di questo nome evoca immediatamente il legame della piana con il suo passato monumentale: deriva infatti con tutta probabilità dalle imponenti arcate di superficie del grande acquedotto romano del Serino. Questo capolavoro di ingegneria idraulica, che i secoli successivi avrebbero gradualmente smantellato come cava di pietra, segnò profondamente l'orizzonte visivo dei coloni del luogo.

Nonostante la sua felice posizione iniziale ai margini della palude e delle fertili terre, in epoca angioina il casale di Arcora andò incontro a un triste spopolamento, tanto che i registri fiscali riportavano che il luogo non era abitato e dunque non poteva essere tassato.

Rimasto a lungo come un deserto rurale, alla fine del Quattrocento il re Ferdinando I d'Aragona ne concesse infine il territorio ad Angelo Como, che vi condusse nuove famiglie dando origine all'odierno nucleo di Casalnuovo.

Poco distante, lungo il tracciato della strada Regia che collegava Napoli a Caserta, fioriva invece il villaggio di Arcopinto. Sebbene non si conoscano con certezza le sue origini esatte, la sua esistenza è storicamente accertata a partire dal 1025, grazie a un documento che ci restituisce persino un frammento di vita quotidiana del tempo.

In quell'anno, infatti, si ha memoria di due cognati e agricoltori, Cicino Russo del fu Palumbo, abitante ad Arcopinto, e Gregorio Capuburria del fu Leone, residente nella vicina Casoria, impegnati nella locazione di alcuni fondi rustici.

Anche il nome di Arcopinto, al pari di Arcora, custodisce l'eco del passato romano e delle sue acque: si ipotizza infatti che derivi da un'antica diramazione secondaria dell'acquedotto o, in alternativa, da qualche pittura di carattere religioso che decorava le strutture superstiti della zona.

I primi coloni di Arcopinto erano profondamente devoti e per il proprio culto eressero una chiesetta dedicata al santo guerriero San Martino. Questo tempio, visitato ancora nel Seicento dal cardinale Decio Carafa, fu tuttavia abbattuto nel 1768 per ordine del regio governatore afragolese.

Più a oriente, verso la contrada del Salice e l'attuale area del cimitero cittadino, si estendeva il villaggio di Cantarello. Descritto già all'alba dell'anno Mille come una vera e propria villa o casale, Cantarello confinava direttamente con Arcora.

Di questa laboriosa comunità rurale, le cui radici sembrerebbero risalire addirittura all'epoca osco-sannita, si trova memoria anche in un inventario della metà del XII secolo redatto dall'antico Ospedale Attanasiano di Napoli.

Cantarello era un nucleo fertile e dinamico, favorito dalla presenza del bacino dell'alto Clanio e dalle strutture collegate all'acquedotto. Con il progressivo espandersi di Afragola durante il Basso Medioevo, gli abitanti superstiti finirono per trasferirsi e accrescere la popolazione del casale maggiore.

In questa costellazione di piccoli insediamenti, il nome stesso di Afragola inizia a farsi strada ben prima della sua leggendaria fondazione normanna.

Nel 1105, Pietro Diacono testimonia nelle cronache di Montecassino la presenza di un uomo di nome Vilmundus della Afabrola, il quale fece una generosa donazione di terre ai padri benedettini.

Pochi decenni dopo, tra il 1130 e il 1131, compare la prima e inequivocabile menzione ufficiale della località indicata come "Afraore" in un diploma scritto in caratteri longobardi.

È proprio la fusione progressiva di queste diverse e sparse comunità, radunate intorno alle tre storiche chiese parrocchiali del territorio, a tessere la trama originaria di Afragola, trasformando un manipolo di sparsi villaggi rurali in una sola, grande e operosa realtà cittadina.

1131 - La prima menzione ufficiale nel documento longobardo di "Afraore"

La storia documentata di Afragola compie i suoi primi, affascinanti passi grazie a un antico e prezioso foglio di pergamena risalente a un periodo compreso tra il 1130 e il 1131. Questo diploma rappresenta una testimonianza eccezionale, poiché è l'unico documento del Ducato di Napoli giunto fino a noi a essere stato interamente redatto in caratteri longobardi.

A emanare questo storico atto fu il duca Sergio VII, l'ultimo console e sovrano a governare il territorio partenopeo prima del definitivo tramonto della sua dinastia. Per lungo tempo, questo fondamentale tassello della memoria locale rimase celato e sconosciuto ai primi storici, tanto che nell'Ottocento lo studioso afragolese Giuseppe Castaldi non ne fece menzione nelle sue memorie, finché il celebre storiografo Bartolommeo Capasso non lo rintracciò e lo valorizzò nei suoi studi monumentali.

Il prezioso documento non descrive ancora una città strutturata o un borgo difeso da mura, ma ci restituisce l'immagine vivida di un operoso territorio rurale.

Si tratta, nello specifico, di un solenne atto con cui il duca Sergio VII concede e conferma una serie di concessioni di fondi rustici all'abate del monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio.

Tra le righe fitte della pergamena, in cui vengono minuziosamente descritti i confini dei campi e le proprietà possedute dal duca, dai monaci e da alcune facoltose famiglie napoletane, fa la sua prima comparsa ufficiale il nome della terra afragolese, indicata con la formula latina "in suprascripto loco Afraore".

All'epoca, la zona non costituiva un casale unitario — la cui menzione ufficiale avverrà solo molto più tardi, nel 1258, sotto il regno di Manfredi — ma si presentava come una costellazione di terreni coltivati e piccoli insediamenti definiti semplicemente con il termine generico di "luoghi".

Accanto ad "Afraore", il diploma del 1131 elenca una ricca serie di altri piccoli villaggi e contrade allora fiorenti nella vasta pianura a nord di Napoli, come Licignano, Cantarello, S. Salvatore delle Monache e Arcora.

Questi insediamenti sparsi sorgevano a ridosso di antichi corsi d'acqua o nei pressi delle maestose arcate superstiti dell'acquedotto romano, e ospitavano piccole comunità dedite all'agricoltura e alla cura di cappelle religiose.

Proprio la pergamena longobarda ci rivela che nel 1131 dovevano già esistere sul territorio due antichi benefici parrocchiali intitolati a San Giorgio e a Santa Maria, i quali avrebbero gettato il seme per la nascita delle due storiche parrocchie cittadine ancora oggi esistenti.

Questo mosaico di piccoli villaggi rurali visse momenti drammatici durante i duri scontri militari che funestarono la piana tra il 1131 e il 1137; le devastazioni costrinsero gli abitanti superstiti a rifugiarsi e a raggrupparsi nel nucleo di Afraore, dando inizio al processo di fusione che avrebbe trasformato quelle sparse borgate in una sola, grande comunità.

Un elemento di grande fascino che continua a stimolare le ricerche di storici e filologi riguarda il dibattito linguistico sulla corretta trascrizione del nome in questa prima menzione.

Lo studio del documento del 1131 ha infatti dato origine a due diverse letture scientifiche. La prima, pubblicata nel 1863 dall'ispettore del Grande Archivio di Napoli Giuseppe Del Giudice, leggeva sul testo la variante Afraone.

Questa dizione arcaica appare di straordinario interesse poiché risulta strettamente legata a una parlata dialettale ancora più antica, Afragone, la cui sonorità avrebbe poi aperto la strada alla codificazione moderna.

La seconda versione, pubblicata da Bartolommeo Capasso nel 1892, preferisce invece la dicitura Afraore, ritenuta anch'essa una fedele testimonianza di come, in epoca ducale, la voce del popolo e dei copisti deformasse continuamente la pronuncia del territorio, oscillando tra influenze legate ai frutti della terra, come le fragole selvatiche, o alle maestose arcate dell'acquedotto romano.

1140 - La leggendaria fondazione da parte del re Ruggero II il Normanno

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1179/1198 - L'edificazione delle chiese storiche di San Marco in Sylvis e Santa Maria d'Ajello

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1284 - La nascita della baronia angioina con Pierre de Lamanon

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1381 - L'acquisto del feudo da parte della famiglia Capece-Bozzuto

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1491 - La risoluzione della contesa feudale e la nascita di Casalnuovo

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1576 - Il grande riscatto dell'Università cittadina e il ritorno al Regio Demanio

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1631/1633 - L'eruzione del Vesuvio e la fondazione della cittadella francescana di Sant'Antonio

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1639 - Il secondo esborso cittadino di trentamila ducati per evitare un nuovo infeudamento

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1656 - Il tragico flagello della peste e la nascita del cimitero per gli appestati

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1799 - I moti della Repubblica Partenopea e l'albero della libertà in piazza

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1809 - L'insediamento della prima amministrazione comunale autonoma

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1870/1880 - La progettazione e costruzione dell'odierno Palazzo di Città

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1915/1918 - Il tributo di sangue nella Grande Guerra e l'epidemia di "Spagnola"

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1935 - Il conferimento del titolo ufficiale di Città da parte di re Vittorio Emanuele III

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1943 - L'occupazione tedesca, il campo di prigionia alleato e le stragi naziste

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Anni '50/'60 - Il boom economico, la costruzione di nuove arterie e lo sviluppo urbano

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2005 - I ritrovamenti archeologici dell'Età del Bronzo durante i lavori per l'Alta Velocità

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